La sussidiarietà in soldio

Milano. A Palazzo Turati, sede della Camera di Commercio, si sono incontrati, il 15 marzo scorso, dirigenti di terzo settore, studiosi ed esperti per discutere di sussidiarietà, dei problemi che apre, delle opportunità che offre nelle sue diverse declinazioni. Innanzitutto è necessaria una definizione, cosa non facile per un concetto che è e vuole essere guida, non una formula risolutiva, ma un principio soggetto ad interpretazioni.
«Una politica è sussidiaria quando un governo riesce ad aprire la sua azione alla comprensione e alla partecipazione dei cittadini» è la definizione di Nereo Zamaro, ricercatore dell’ISTAT. Salvatore La Porta, professore di Istituzioni di Diritto Pubblico all’Università di Milano Bicocca, riconduce l’attenzione sui concetti di sussidiarietà verticale e orizzontale: la prima intesa come intervento delle istituzioni più vicine ai cittadini secondo la piramide rovesciata: Comuni, Province, Regioni, Stato; la seconda come intervento delle formazioni sociali più indicate tenendo sempre presente come criterio quello di prossimità alla cittadinanza. I due concetti, ha sottolineato La Porta, vanno sempre intesi insieme e mai disgiunti, vanno costantemente incrociati.

Quali sono le problematiche che la sussidiarietà determina se male interpretata?

Non è corretto, secondo Nereo Zamaro, impostare la questione nei termini se la sussidiarietà sia un principio positivo o negativo per l’amministrazione locale. L’importante è darne una corretta interpretazione: «ci si devono dare poche, buone, regole – come ha sottolineato Tommaso Vitale dell’Università di Milano Bicocca – che definiscano in maniera trasparente i luoghi di incontro e le procedure di partecipazione».
Il rischio più grande che si corre è quello che è stato definito “carsismo istituzionale”, un sistema cioè in cui pur esistendo una programmazione pubblica sui territori, non esiste nella sostanza una regia strategica e ragionata pubblica, e un universo di privato più o meno riconoscibile gestisce in maniera casuale e poco trasparente i servizi e le politiche locali.
In più i relatori si sono posti il problema se in Italia si possa effettivamente parlare di sussidiarietà, o se magari, dietro questa, si nasconda un mero decentramento deresponsabilizzato dei servizi e una sorta di “feudalesimo” di poteri: «quanto la cultura politica si è portata su questa frontiera di partecipazione complessa? – chiede Carlo Donolo, professore di sociologia del Diritto all’università La Sapienza di Roma – «quanta capacità di governo hanno le amministrazioni locali?». E ancora, ci si domanda se i soggetti di terzo settore abbiano realmente la capacità di garantire risposte efficaci per la cittadinanza. A questa domanda ha provato a rispondere Nereo Zamaro descrivendo una situazione in cui le organizzazioni di volontariato e le cooperative sono sempre più giovani (nate negli ultimi 10 anni), più piccole e sempre più isolate, non inserite cioè in una rete organizzata. «Non vorrei che queste organizzazioni – ha dichiarato il ricercatore Istat – venissero utilizzate come “agenti di adattamento secondario”, utilizzate cioè, non per le loro capacità virtuose, per le loro capacità di offrire delle risposte, ma come tappabuchi al di fuori di ogni strategia».

Quale via seguire?

Dal convegno è stato sostenuto, con sostanziale accordo di tutti i relatori, il ruolo centrale nella programmazione del territorio che deve avere l’istituzione pubblica. «La sussidiarietà non distrugge l’autorità degli enti locali che sono l’organo decisionale e i detentori del potere legittimo», come ha sottolineato Tommaso Vitale. Spetta alla istituzione pubblica più vicina al cittadino stabilire quale sia il livello di intervento più appropriato e gli attori più adatti per competenze e responsabilità per la prestazione di un bene pubblico. Secondo Salvatore La Porta Si devono individuare dei luoghi in cui il governo di diritto pubblico più vicino al cittadino si lascia “contaminare” dalla cittadinanza, dai soggetti “sussidiabili” (da cui La Porta esclude le imprese) che possono partecipare e intervenire nella amministrazione delle scelte pubbliche.
Il Terzo Settore deve rafforzare le sue reti e deve trovare alleanze con i governi locali. Il depotenziamento delle funzioni di programmazione pubblica sono, secondo Vitale, anche insite in alcune “conquiste” del terzo settore come la “Più dai meno versi” o il cinque per mille: «se i soldi li dai all’atomo vuol dire che stai distribuendo, invece c’è bisogno di più risorse al territorio per la programmazione».