Immigrazione: le risposte all’emergenza non bastano

Milano, 23 agosto 2006 – Nel campo dell’immigrazione occorre dare risposte immediate ai problemi più urgenti, primo fra tutti il garantire i diritti delle persone che intraprendono questi viaggi in condizioni disperate, assicurando la possibilità di fare richiesta di asilo politico a chi ne ha intenzione, limitando al massimo i provvedimenti restrittivi, procedendo all’identificazione dei migranti in modo scrupoloso, combattendo l’organizzazione dei viaggi illegali.

Far fronte all’emergenza è però una risposta insufficiente. Occorre intervenire sulle cause di questo fenomeno tra cui c’è anche l’estrema miseria da cui le persone cercano di scappare. Ma l’Italia cosa sta facendo per combattere la povertà? Decisamente troppo poco.

Alcuni commentatori chiedono eventi straordinari quali l’organizzazione di conferenze internazionali per lo sviluppo. Iniziative che possono essere utili, ma sarebbe già molto rispettare gli impegni sottoscritti.

Al netto della cancellazione del debito gli aiuti italiani per i paesi in via di sviluppo corrispondono a meno dello 0,20% del PIL, allontanando sempre più il nostro paese dall’obiettivo stabilito in sede europea dello 0,51% nel 2010 e lo 0,7% nel 2015.

In particolare, dal 2000 al 2004 le risorse inviate dall’Italia all’Africa Sub-sahariana, da cui provengono molti immigrati, sono scese da 255 a 111 milioni di dollari.

Anche nella lotta all’HIV/AIDS – la cui diffusione è strettamente connessa all’aumento della povertà – l’impegno dell’Italia ha subìto una battuta d’arresto: il nostro paese ha un debito di 20 milioni di euro nei confronti del Fondo Globale che avrebbe dovuto versare nel 2005 e altri 130 milioni di euro dovranno essere versati quest’anno.

Certo, nel far fronte all’immigrazione l’azione contro la povertà non darà risultati in tempi immediati. Ma questa non può essere una scusa per non intervenire, al contrario dev’essere un’esortazione al governo Prodi ad agire con grande urgenza, realizzando un’inversione di rotta che ancora non si vede. Solo così si potranno ottenere risultati duraturi e non si dovrà più passare da un’‘emergenza immigrazione’ all’altra.