NOTA SUL FEDERALISMO MUNICIPALE

20/01/2011
FORUM NAZIONALE TERZO SETTORE
 
NOTA SUL FEDERALISMO MUNICIPALE
I conti del Federalismo municipale non convincono, anzi dimostrano che le amministrazioni locali sono sotto scacco e con loro le politiche sociali e i cittadini.
Secondo le più recenti stime, le ipotesi federaliste proposte dal Governo rischiano di produrre un vuoto nelle casse comunali di circa 2 miliardi di euro nel 2011, con il risultato di allargare ancora di più la forbice tra aree ricche e aree svantaggiate del Paese.
Anche volendo considerare che i risultati di questi studi possono essere influenzati dal colore politico di chi le ha elaborate (esponenti dell’opposizione in Parlamento), occorre, tuttavia, riflettere sui contenuti dell’audizione della Corte dei Conti alla Camera sul Federalismo fiscale.
L’organo di controllo di rilievo costituzionale in sostanza sostiene che il modello disegnato dal Governo non convince affatto: “sotto un profilo più generale andrebbe verificata la concreta realizzabilità del modello proposto di fisco municipale anche attraverso il recupero di ipotesi di tassazione (ad esempio, la service tax) maggiormente in grado di far corrispondere l’onere della contribuzione agli effettivi beneficiari dei servizi locali.”
“Non muoversi in tale direzione rischierebbe di ostacolare l’attuazione di un disegno di federalismo fiscale finalizzato ad un processo di razionale ricostruzione di uno stato moderno ed efficiente”.
I problemi che minano l’efficacia della formula governativa di Federalismo fiscale sono davvero numerosi. In primo luogo, occorre sottolineare che le ipotesi allo studio non attribuiscono adeguata importanza alla necessità di garantire nel territorio nazionale:
·                    il finanziamento delle funzioni fondamentali dei Comuni, nonché l’autonomia impositiva;
·                    l’accesso equo e uniforme dei cittadini alle prestazioni sociali;
·                    la copertura della domanda sociale, in forte aumento negli ultimi anni.
Il nuovo modelle federalista manca, poi, di alcuni blocchi portanti:
·                    il sistema perequativo delle Regioni, e soprattutto di quello dei comuni;
·                    la determinazione dei fabbisogni standard delle funzioni fondamentali degli enti locali;
·                    soprattutto, la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni.
Occorre un cambiamento di rotta radicale nella politica centrale.
Il federalismo municipale interessa in modo fondamentale le tematiche delle politiche sociali e della promozione del benessere sociale.
In questo contesto di incertezza, gli indicatori di disagio sociale della popolazione mostrano segnali inequivocabili. Nell’ultimo triennio, gli indici di povertà assoluta e relativa sono cresciuti in modo considerevole coinvolgendo nell’area dell’indigenza almeno 500mila persone.
Tornando al merito delle ipotesti federaliste, il decreto 292 sul Federalismo municipale prevede due fasi, di transizione (dal 2011 al 2013) e a regime (che oscilla tra il 2014 e il 2017). Nella prima fase è previsto che lo Stato trasferisca (dal 2011) ai comuni una serie di tributi erariali sul trasferimento e il possesso degli immobili, tra cui la “cedolare secca”, in sostituzione dell’Irpef sugli affitti. Questa devoluzione consentirà di spostare in perfieria, secondo le stime del Copaff, circa 16 miliardi euro. Si tratta di risorse destinate a finanziare un nuovo “fondo di riequilibrio” in sostituzione degli attuali trasferimenti statali ai comuni, che ammontano a circa 13 miliardi di euro. Nell’ambito di tale operazione è previsto che lo Stato incameri la differenza (circa 2 miliardi, più l’accisa comunale sull’energia elettrica che ritorna adesso allo Stato). Ciò significa che, nel 2011 i comuni riceveranno esattamente la stessa quantità di risorse che avrebbero ottenuto con il sistema vigente. La differenza è che
in questa fase, le entrate comunali risulteranno fortemente decurtate rispetto alla situazione di partenza, in quanto la riduzione dei trasferimenti erariali disposta con il D.l. 78/2010 (1,5 miliardi nel 2011 e 2,5 miliardi dal 2012) contrariamente agli impegni non viene recuperata e lintroduzione della cedolare secca opzionale (per i proprietari di casa) produrrà per i comuni consistenti minori entrate rispetto allattuale gettito Irpef sulle locazioni. In conseguenza, nel 2011 i comuni registrerebbero minori entrate per circa 2 miliardi di euro.
I problemi aumentano se si prende in considerazione il periodo a regime del Federalismo fiscale.
Nel 2014, infatti, i tributi erariali devoluti nel 2011 (eccetto la cedolare secca) dovrebbero in buona parte scomparire ed essere sostituiti dalla nuova Imposta municipale unica, l’Imu (che ha come presupposto il possesso di immobili diversi dall’abitazione principale). Il gettito stimato per questa nuova imposta appare troppo sperequato sul territorio e variabile nel tempo per rappresentare un’adeguata fonte di finanziamento dei comuni. Va considerato, inoltre, che la devoluzione dei tributi erariali sugli immobili (Imposta di registro, ecc.) è stata congegnata in modo da non consentire ai Comuni di manovrare il gettito di queste entrate in base alle esigenze reali.  
In sostanza, il sistema di prelievo fiscale previsto in applicazione della legge 42/2009 è ancora incerto e confuso. I nodi problematici sono almeno tre:
1) Non è ancora certa la quota delle imposte che verrà devoluta ai Comuni. In sostanza, l’ammontare delle risorse collegate ai tagli ai trasferimenti erariali inferti ai Comuni (e la cancellazione totale dei trasferimenti prevista in futuro) potrebbe rivelarsi assai superiore al gettito derivante dalle nuove imposte. 
2) Relativamente alla cedolare secca, il sistema delle aliquote fino ad oggi congegnato premierebbe in modo eccessivo i proprietari di casa rendendo ancora più conveniente di quanto non sia oggi l’utilizzo del contratto a canone libero. In definitiva questa soluzione potrebbe provocare un ulteriore aumento del prezzo degli affitti, piuttosto che il ricorso ai contratti calmierati. Va notato, inoltre, che la cedolare secca si configura come una “imposta proporzionale” e non “progressiva”.
3) Il meccanismo attivato dal Governo amplierà i divari territoriali quanto a prelievo fiscale. A questo proposito, il sistema di perequazione territoriale previsto dallo schema di decreto legislativo (“Fondo sperimentale di riequilibrio”), appare farraginoso oltre che incerto. Per ora, i criteri previsti dal Governo per il funzionamento del Fondo, si fondano esclusivamente su parametri finanziari e sull’obiettivo del massimo risparmio.
Questa sistema di imposizione non appare coerente con i principi e gli obiettivi della Legge 42/2009, sia per quanto riguarda il legame tra tassazione e rappresentanza, sia in relazione al grado effettivo di autonomia finanziaria garantito ai comuni.
Inoltre, il decreto sul Federalismo municipale non chiarisce affatto come funzionerà il fondo di riequilibrio e la perequazione tra i comuni.  
Per rendere coerente il sistema con l’articolo 119 della Costituzione e con la legge-delega 42/2009, è innanzitutto necessario rivedere il nuovo assetto delle entrate tributarie comunali.