“Sul welfare il non profit va ko” A rischio chiusura molte attività per giovani, immigrati e non autosufficienti

A rischio chiusura molte attività per giovani, immigrati e non autosufficienti

Fonte: Il Sole 24 Ore
22.04.2013
 

La crisi dei servizi sociali che, giorno dopo giorno, colpisce milioni di utenti e, con loro, la rete di strutture pubbliche e private cresciute nel tempo a presidio dei beni comuni si sta avvitando in una spirale che rischia di travolgere anche quelle stesse realtà non profit che vengono invocate a soccorso.

Volendo sintetizzare al massimo una situazione quanto mai complessa, si riscontra che l’intervento pubblico diretto, sia a livello centrale, sia da parte degli enti locali è in costante ritirata da almeno cinque anni, sotto la duplice spinta dei tagli ai fondi da un lato, del patto di stabilità dall’altro.


Lo spazio vuoto lasciato dalla sfera pubblica, in presenza di bisogni comunque crescenti, ha aperto spazi nuovi al privato sociale che, in effetti, ha intrapreso la via della crescita e fornito, per quanto possibile, risposte innovative, ma è stato a sua volta frenato dalla drastica riduzione delle convenzioni e, non ultimo, dai mancati pagamenti delle pubbliche amministrazioni. Nel 2012 la media dei ritardi nei rimborsi da parte degli enti locali è stata di 221 giorni, con punte oltre i quattro anni, e l’ammontare dei crediti vantati dalle sole cooperative sociali è salito a cinque miliardi, cifra enorme se si considera che il comparto ha un fatturato annuo aggregato intorno ai sei miliardi.


La spinta a trovare comunque soluzioni in grado di alleviare il disagio sociale si è spostata, inoltre, anche sul volontariato, per il quale, però, esistono limiti invalicabili, dati dai principi di gratuità e, in senso proprio, di volontarietà delle prestazioni. Le organizzazioni hanno più volte lanciato l’allarme sul rischio di essere trasformate in «ruote di scorta» dello Stato sociale ma, se le sollecitazioni continuano a crescere, anche questa eventuale ruota si ritrova sgonfia.

«Non possiamo essere noi i soggetti sui quali si scaricano tutte le emergenze», scandisce Pietro Barbieri, portavoce del Forum del Terzo settore, l’organizzazione di secondo livello che rappresenta larga parte degli enti non profit. «La spesa sociale nel nostro Paese è già molto bassa e si è più che dimezzata rispetto al 2008, quando peraltro eravamo sotto la media europea, con un valore intorno al 2,4% del Pil». «Bisogna assolutamente spostare poste di bilancio verso i servizi alla persona – aggiunge – anche perché il Paese in questo campo è da tempo spaccato in due: da una parte le famiglie che possono comprarsi i servizi, dall’altra quelle che non ne hanno la possibilità».


Quale esempio concreto Barbieri porta il tema delle badanti: «Oggi – dice – rappresentano una grande fonte di spesa privata, per lo più in nero, che non si incrocia né con le politiche pubbliche, né con il Terzo settore. Basterebbe un piccolo incentivo alle famiglie per mobilitare risorse qualificate che il non profit può mettere a disposizione, in più con la garanzia dell’emersione». Un altro intervento ritenuto prioritario è il rilancio del servizio civile, «un generatore positivo di innovazione – afferma Barbieri – che con costi assolutamente modesti avvicina i giovani alle tematiche e ai valori del bene comune». Il richiamo generale è, dunque, a un cambio di passo della politica che fin qui, al contrario, ha stretto la morsa intorno ai fondi (si veda la tabella qui a lato) e, contestualmente, ha inasprito la tassazione. L’anno scorso, ad esempio, l’introduzione dell’Imu non ha riguardato solo i beni ecclesiastici, ma ha colpito orizzontalmente tutte le Onlus, tanto che, a febbraio, i rappresentanti di 280 circoli associativi, Arci e società di mutuo soccorso hanno simbolicamente consegnato a Firenze nelle mani del Prefetto le chiavi delle rispettive sedi.

C’è, poi, lo spauracchio dell’aumento dal 4 al 10% sulle prestazioni di servizi socio-sanitari ed educativi che, a legislazione vigente, dovrebbe scattare dal gennaio prossimo. «Una misura che colpirà le famiglie, le cooperative sociali e le stesse istituzioni locali senza un reale vantaggio per lo Stato», lamenta Giuseppe Guerini, portavoce dell’Alleanza delle cooperative sociali italiane, il comparto che fin qui ha sostenuto il peso maggiore nell’area dei servizi di welfare. «Quello che chiediamo – afferma Guerini – è un patto per il sociale: non vogliamo più soldi, ma ci dev’essere riconosciuta la possibilità di fare le cose». Un’opportunità che, sulla carta, viene offerta più che in passato ma che, nei fatti, risulta spesso interdetta per ragioni regolamentari o burocratiche.