ISTAT – 15 milioni di persone in disagio economico

Fonte: www.nonprofitonline.it

Le persone che vivono in famiglie in difficoltà sono il 24,8 per cento, 8 milioni vivono una grave deprivazione. In aumento chi non può permettersi riscaldamento adeguato, un pasto a base di carne o una settimana di ferie.


L’Istat ha pubblicato il Rapporto annuale 2013 sulla situazione del Paese (che potete leggere in allegato).
I dati che emergono sono preoccupanti.

Sei milioni di persone sono senza lavoro e vorrebbero trovare un’occupazione. “Se si sommano le forze di lavoro potenziali – 3milioni e 86mila persone disposte a lavorare anche se non cercano oppure alla ricerca di un lavoro ma non immediatamente disponibili e inclusi tra gli inattivi – ai disoccupati, il numero di persone potenzialmente impiegabili nel processo produttivo si avvicina ai 6 milioni di individui”. Secondo l’Istat, “tra le forze di lavoro potenziali é aumentata la quota di quanti dichiarano come motivazione della mancata ricerca lo scoraggiamento: non si cerca più un lavoro perché si ritiene di non poterlo trovare e, anche in questo caso, il fenomeno interessa soprattutto le donne, in particolare il Mezzogiorno”. 
La crisi ha profondamente cambiato il mondo del lavoro, hanno spiegato gli esperti Istat: raddoppiando il part-time involontario e abbattendo il lavoro standard; colpendo l’occupazione maschile, specie gli immigrati (marocchini e albanesi) e aumentando (seppur moderatamente) l’occupazione femminile; penalizzando il lavoro qualificato a vantaggio di quello non qualificato e lasciando sul mercato gli ultracinquantenni a spese dei giovani. In generale, nel 2012 l’occupazione é diminuita dello 0,3% su anno, pari a 69mila unità in meno, e del 2,2%, pari a 506 mila unità, dal 2008, anno d’inizio della crisi.
La disoccupazione é aumentata del 30,2%, pari a 636mila unità, oltre un milione in più dal 2008: quasi la metà dei nuovi disoccupati del 2012 ha tra i 30 e i 49 anni e, inoltre, un disoccupato su due lo é da almeno un anno. Le persone in cerca di occupazione da almeno 12 mesi, spiega l’Istat, sono aumentate dal 2008 di 675mila unità e nel 2012 rappresentano il 53% del totale, contro una media Ue27 del 44,4%. La durata media della ricerca di un nuovo lavoro é pari a 21 mesi – 15 mesi nel Nord e 27 mesi nel Mezzogiorno – e arriva a 30 mesi per chi é in cerca di una prima occupazione. Lo scorso anno é aumentato sia il ricorso alla cassa integrazione sia la probabilità di transitare verso la disoccupazione.
«Il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito del 4,8%. Si tratta di una caduta di intensità eccezionale che giunge dopo un quadriennio caratterizzato da un continuo declino», si legge nel rapporto annuale dell’Istat. «A questo andamento hanno contribuito soprattutto la forte riduzione del reddito da attività imprenditoriale e l’inasprimento del prelievo fiscale».

Ma vediamo nel dettaglio alcuni dei temi affrontati nel Rapporto.

Deprivazione e disagio economico delle famiglie
– Nell’ultimo trimestre del 2012, gli indicatori di deprivazione materiale e disagio economico delle famiglie segnano un ulteriore peggioramento, dopo quello registrato nel 2011. Le persone in famiglie gravemente deprivate (cioè famiglie che presentano quattro o più segnali di deprivazione su un elenco di nove) raddoppiano in due anni passando dal 6,9% del 2010 al 14,3% del 2012. Quelle che ne presentano tre o più sono il 24,8%.
– Nel 2012 continua a crescere il divario fra Mezzogiorno e resto del Paese: la deprivazione materiale, aumentata di oltre tre punti percentuali in un anno, interessa il 40,1% della popolazione, mentre la grave deprivazione, in aumento di oltre cinque punti, riguarda ormai una persona su quattro (25,1%).
– Nel 2012 si conferma una tendenza già evidenziata nel 2011: la grave deprivazione materiale comincia a interessare non solo gli individui con i redditi familiari più bassi ma anche coloro che
disponevano di redditi mediamente più elevati. Circa il 48% degli individui che cade in condizione di severa deprivazione materiale proviene dal primo quinto di reddito equivalente (quello che raccoglie i redditi più bassi) ma, fra questi, più di un quarto nell’anno precedente si collocava nei quinti di reddito più elevati (dal terzo in poi).
– Negli ultimi due anni il 25,2% della popolazione ha sperimentato almeno una volta una condizione di grave deprivazione materiale: il 6,2% in tutti e due gli anni, il 19% in uno solo dei due anni.
– Per effetto della crisi si riducono gli aiuti in denaro o in beni che le persone in condizione di deprivazione materiale ricevono da parenti, amici o istituzioni, passando dal 19% del 2011 al 18% del 2012.

Crisi e benessere
– Nel 2012, nonostante la recessione, i cittadini continuano a tracciare un bilancio prevalentemente positivo della propria qualità della vita: 6,8 è il punteggio medio da essi espresso. Rispetto agli anni precedenti, tuttavia, l’incertezza della situazione economica e sociale si riflette sulla soddisfazione espressa per la vita in generale: diminuisce la quota di persone di 14 anni e più che dichiarano alti livelli di soddisfazione (associati a un punteggio tra 8 e 10), che passa in un solo anno dal 45,8% al 35,2%.
– Tra il 2011 e il 2012 la soddisfazione dei cittadini per la propria situazione economica è diminuita di 5,7 punti percentuali. Nel 2012 ha dichiarato di essere soddisfatto per questo aspetto solo il 42,8% della popolazione di 14 anni e più. Inoltre è aumentata la percentuale dei poco soddisfatti (dal 36,1% al 38,9%) e soprattutto quella dei per niente soddisfatti (dal 13,4% al 16,8%).
– La soddisfazione per la propria situazione economica, oltre a riguardare quote decisamente inferiori di popolazione rispetto a quanto invece si riscontra per altri ambiti di vita, è in declino dal 2001, con punte particolarmente negative in occasione delle fasi recessive, al ricorrere delle quali si è anche ampliato il divario tra regioni settentrionali e meridionali. La quota di residenti soddisfatti della propria situazione economica è molto differente tra aree del Paese e passa dal 50% del Settentrione, al 44,3% del Centro e al 32% del Sud e Isole.
– Anche dai dati sulla fiducia dei consumatori emerge che una quota crescente di cittadini sta dando indicazioni pessimistiche sulle condizioni economico-finanziarie proprie e del sistema economico nel complesso, raggiungendo livelli minimi a partire dal 1993.
– Le analisi presentate nel Rapporto mostrano che esiste una relazione tra livello della spesa per consumi e valutazioni dei cittadini sulla situazione economica propria e del Paese. Emerge inoltre una forte sensibilità di tali valutazioni individuali alle modifiche nella composizione delle scelte d’acquisto indotte dalla circostanze economiche. In particolare, se le difficoltà economiche inducono i cittadini a privarsi di parte di quelle spese che, pur non rientrando tra quelle considerate strettamente necessarie, sono ritenute importanti, il loro sentimento sulla situazione generale del Paese ne risente negativamente.
– Diverso è l’andamento delle altre componenti del benessere individuale dei cittadini. Rispetto al 2011, nel 2012 aumenta la soddisfazione per le relazioni familiari ed amicali: le persone di 14 anni e più che nel 2012 si dichiarano molto soddisfatte per le relazioni familiari sono il 36,8% (nel 2011 erano il 34,7%), per le relazioni amicali tale quota è pari al 26,6% (24,4% nel 2011). La soddisfazione per la salute è molto diffusa nonostante l’elevata età media della popolazione:
l’80,8% degli individui di 14 anni e più esprime un giudizio positivo, percentuale sostanzialmente stabile nel tempo nonostante l’invecchiamento della popolazione. Anche la soddisfazione per il tempo libero, che nell’ultimo decennio si è costantemente assestata su quote rilevanti (intorno al 63%) è aumentata: i molto soddisfatti passano dal 13,4% del 2011 al 15,6%.
– L’insoddisfazione per la situazione economica non sempre pregiudica un giudizio positivo sulla propria vita. Il 21,6% di coloro che dichiarano elevati livelli di soddisfazione per la propria vita nel complesso è insoddisfatto della propria situazione economica, ma è soddisfatto per gli aspetti relazionali, la salute e il tempo libero.
– Guardando al futuro, il 24,6% degli italiani pensa che la propria situazione personale migliorerà nei prossimi cinque anni. Il 23,5% ipotizza un peggioramento, il 23,3% dichiara uno stato di dubbio e incertezza, mentre il 28,5% ritiene che la situazione resterà uguale.
– Nonostante siano particolarmente colpiti dalla crisi, i giovani fino a 34 anni si mostrano più ottimisti degli altri: il 45% ritiene che la propria situazione migliorerà. Se si risiede in aree più ricche e più dinamiche o si è più istruiti, l’atteggiamento verso il futuro è più positivo: chi vede una prospettiva di miglioramento nei prossimi cinque anni è il 27,1% tra i residenti al Nord, scende al 24,1% al Centro e diventa il 21,6% nel Mezzogiorno; chi possiede un titolo di studio elevato confida in una prospettiva favorevole in misura quasi doppia rispetto a chi ha al massimo l’obbligo scolastico (il 35% rispetto al 13,9%). Avere un lavoro è importante per una visione positiva del proprio futuro. Il 29,6% degli occupati è ottimista al riguardo, soprattutto tra chi riveste un ruolo dirigenziale o imprenditoriale (32,5%) e tra le donne (30,8% delle occupate).
– Anche le prospettive per il futuro sembrano legarsi al livello della soddisfazione per la propria vita. Tra quanti valutano la propria vita in modo molto positivo (ovvero indicano un punteggio compreso tra 8 e 10), il 33,8% pensa ad un futuro migliore e il 32,3% al massimo uguale a quello attuale. Nonostante la favorevole situazione personale, il 13,4% di essi pensa comunque che peggiorerà.
– L’analisi dei dati che risultano dalle indagini condotte mensilmente dall’Istat sulla fiducia delle famiglie evidenzia che i cittadini, nel prevedere la situazione economica futura, tendono ad essere sistematicamente più pessimisti sull’evoluzione generale che sulle prospettive economiche della propria famiglia. Analogamente, gli individui mostrano una tendenza ad essere più critici nel valutare la situazione economica in corso, specie se si tratta di quella aggregata. Ciò avviene indipendentemente dalla zona del Paese in cui si vive, dal genere o dalle altre caratteristiche socio-demografiche.
– Ogni ambito di vita incide differentemente sulla soddisfazione generale. Sono le variazioni della situazione economica a incidere di più sulla probabilità di essere particolarmente soddisfatti della propria vita, seguono la salute e poi gli altri aspetti. Tra questi ultimi però è fondamentale un’alta qualità delle relazioni familiari ed amicali. Per i meno o per nulla soddisfatti della vita nel complesso, invece, il peso della situazione economica conta meno e sono le condizioni di salute a fare la vera differenza, seguite dai restanti domini relativi alla vita personale.
– Le analisi effettuate mostrano che per controbilanciare la diminuzione consistente del livello di soddisfazione economica tanto da mantenere la stessa probabilità di essere soddisfatti per la vita nel complesso è necessario associare livelli elevati di soddisfazione per gli aspetti non economici.
Nel 2012 la soddisfazione per questi aspetti è cresciuta, ma in misura non sufficiente e l’effetto netto è stato un calo della soddisfazione generale.
– Per chi è occupato, il lavoro è una componente fondamentale della soddisfazione generale, più ancora della soddisfazione economica, o degli altri aspetti. Tuttavia, l’equilibrio tra lavoro, famiglia e tempo libero rimane fondamentale per la qualità della vita. L’impatto della soddisfazione per le relazioni amicali è invece minimo, forse perché già nel contesto lavorativo si sviluppano le relazioni sociali. I risultati pongono il lavoro come la componente più rilevante della soddisfazione complessiva: il 75% è soddisfatto ormai da anni, soprattutto per il “contenuto del lavoro stesso”.

Qualità dei servizi e fiducia nelle istituzioni
– Il Paese è attraversato non soltanto da una profonda crisi economica, ma anche da una diffusa insoddisfazione dei cittadini verso la politica e le istituzioni pubbliche. La fiducia dei cittadini nelle istituzioni è su livelli bassi: in una scala da 0 a 10, giudizi più positivi vengono attribuiti soltanto ai vigili del fuoco e alle forze dell’ordine, mentre i partiti politici sono a livelli minimi. In particolare, un voto da otto a dieci viene attribuito dal 66,2% della popolazione di 14 anni e più ai vigili del fuoco (punteggio medio 8,1), dal 34% alle forze dell’ordine (6,5), dal 4,8% al Parlamento italiano (punteggio medio 3,6) e solo dall’1,5% ai partiti politici, che ricevono come punteggio medio 2,3. La fiducia nelle istituzioni locali si colloca ad un livello intermedio: al governo regionale e provinciale viene assegnato dai cittadini un punteggio medio pari a 3,7, a quello comunale 4,5.
– Vivibilità del territorio e fiducia nelle istituzioni locali sono strettamente legate. La possibilità di poter accedere a servizi pubblici di qualità e di godere di favorevoli condizioni socio-ambientali dell’area in cui si risiede hanno un impatto sul benessere e sulla soddisfazione dei cittadini e sulla fiducia che essi ripongono nelle istituzioni, in particolare quelle locali.
– Dalle nostre stime emerge che sulla probabilità di sviluppare una bassa fiducia (ossia un punteggio compreso tra 0 e 5) verso le istituzioni comunali influiscono la qualità di diverse tipologie di servizi pubblici offerti, la fiducia nei confronti delle istituzioni nazionali e la regione di residenza.
– L’aspetto della qualità che più influisce sulla fiducia nel governo comunale è la presenza di sporcizia nelle strade, seguita dalle condizioni della pavimentazione stradale. Anche la percezione del rischio di criminalità influenza le valutazioni dei cittadini. Relativamente ai servizi essi ritengono importante l’accessibilità dei contenitori di rifiuti, ma anche l’efficienza dei servizi: fare file lunghe presso gli uffici anagrafici comunali o circoscrizionali o avere un trasporto pubblico di bassa qualità aumenta la probabilità di essere sfiduciato nei confronti dell’istituzione comunale.
– Le caratteristiche individuali, quali quelle sociodemografiche (età, sesso, titolo di studio e condizione professionale), invece, non sembrano influenzare significativamente il grado di fiducia verso il comune, mentre risulta rilevante l’area geografica di residenza. I risultati delle nostre stime portano a concludere che quando le condizioni dei territori sono particolarmente degradate, con opportunità di lavoro scarse e diseguaglianze elevate, la propensione ad avere fiducia è più bassa rispetto ad altri territori, anche in presenza di situazioni non così dissimili in termini di qualità dei servizi.

L’andamento dell’occupazione femminile
– L’occupazione femminile è cresciuta di 110 mila unità rispetto al 2011 (+117 mila rispetto al 2008).
L’aumento nel 2012 dell’occupazione femminile è ascrivibile in parte alla crescita delle occupate straniere (+76 mila, pari a +7,9%) e, in parte, all’incremento delle occupate italiane ultra 49enni (+148 mila, +6,8%) che ha più che compensato il calo delle più giovani. I dati longitudinali evidenziano che nel corso di 12 mesi il tasso di permanenza nell’occupazione delle ultra 49enni è in progressivo aumento: dall’86,2% del 2004-2005, all’89,8% del 2008-2009, fino a giungere al 92,1% nel 2011-2012.
– La quota di donne occupate in Italia rimane, comunque, di gran lunga inferiore a quella dell’Ue (47,1% contro il 58,6%) e la riduzione dei differenziali di genere nel nostro Paese è da ricondursi soprattutto al peggioramento della situazione occupazionale maschile il cui tasso di occupazione diminuisce di 3,8 punti dal 2008 e di 0,9 punti dal 2011 (-0,1 punti +0,6 punti per le donne).
– La crescita dell’occupazione femminile nelle professioni non qualificate è avvenuta dal 2008 a ritmi più che doppi rispetto a quanto registrato per gli uomini (nel periodo 2008-2012 +24,9% contro il +10,4% degli uomini) e più che triplo nelle professioni esecutive delle attività commerciali e dei servizi (rispettivamente +14,1 e +4,6%).
– Per spiegare il 50% dell’occupazione occorrono 51 professioni per gli uomini, solo 18 per le donne.
Commesse alla vendita al minuto, colf e segretarie sono le professioni che raccolgono il maggior numero di occupate (1 milione 737 mila unità, 18% del totale dell’occupazione femminile).
– Nel 2012 l’incidenza delle donne occupate sovraistruite è al 23,3%, contro il 20,6% degli uomini nella stessa condizione. La differenza è più accentuata e in crescita per coloro che possiedono un titolo universitario: si passa da 5,1 punti del 2011 a 6,1 punti del 2012 (36,2% contro il 30,1% degli uomini)
– L’aumento dell’offerta di lavoro femminile, in atto nel periodo più recente, è il risultato, oltre che di fenomeni di segregazione professionale e di una ricomposizione a favore delle fasce di età più avanzate, anche di nuove e diffuse strategie seguite dalle famiglie per affrontare le difficoltà economiche indotte dalla crisi. Rispetto al 2011 sono aumentate di quasi il 35% le donne in cerca di occupazione che vivono in coppia con figli (+115 mila in confronto al 2011; +127 mila, +39,4% rispetto al 2008)
– Inoltre, sono anche aumentate le coppie con figli in cui solo la donna lavora, passate da 224 mila del 2008 (5,0% del totale delle coppie con figli), a 314 mila nel 2011 (7,0%) fino ad arrivare a 381 mila nel 2012 (8,4%). 

Giovani e mercato del lavoro
– Le opportunità di ottenere o conservare un impiego per i giovani si sono significativamente ridotte: tra il 2008 e il 2012 gli occupati 15-29enni sono diminuiti di 727 mila unità (di cui 132 mila unità in meno nell’ultimo anno) e il tasso di occupazione dei 15-29enni è sceso di circa 7 punti percentuali (-1,2 punti nell’ultimo anno) raggiungendo il 32,5%. Nello stesso periodo, il tasso di occupazione dei 30-49enni si è ridotto di 3,1 punti percentuali (-0,8 punti percentuali nel 2012) mentre è aumentato tra i 50-64enni, soprattutto per le donne (+4,0 punti percentuali in media, +5,6 se donne; nel 2012 rispettivamente +1,7 e +2,4 punti percentuali). Nel 2012 il tasso di occupazione è così pari al 72,7% per i 30-49enni, e al 51,3% per i 50-64enni.
– Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 29 anni tra il 2011 e il 2012 è aumentato di quasi 5 punti percentuali, dal 20,5 al 25,2% (dal 31,4 al 37,3% nel Mezzogiorno); dal 2008 l’incremento è di dieci punti. Sono stati relativamente più colpiti i giovani con titolo di studio più basso, in modo particolare quanti hanno al massimo la licenza media (+5,2 punti). Il numero di studenti è rimasto sostanzialmente stabile attorno ai 4 milioni (il 41,5% dei 15-29enni; 3 milioni 849 mila nel 2008).
– L’Italia ha la quota più alta d’Europa (23,9%) di giovani 15-29enni che non lavorano né frequentano corsi di istruzione o formazione (i cosiddetti Neet, Not in Education, Employment or Training). Si tratta di due milioni 250 mila giovani: il 40% è alla ricerca attiva di lavoro (49% tra gli uomini, 33,1% tra le donne), circa un terzo appartiene alle forze di lavoro potenziali, nel restante 29,4% sono inattivi che non cercano lavoro e non sono disponibili a lavorare.
– Nonostante la crescita dei Neet sia stata più marcata negli ultimi anni al Centro-Nord, la situazione nel Mezzogiorno rimane quella più critica: in questa area è Neet un giovane su tre (contro uno su sei nel Nord e uno su cinque nel Centro) e sono anche meno numerosi i Neet alla ricerca attiva di lavoro (36% contro il 46% circa del Centro-Nord). Tuttavia, sommando i disoccupati e le forze di lavoro potenziali, nel Mezzogiorno è comunque più elevata la quota di quanti si dichiarano interessati a entrare o rientrare nel mercato del lavoro (il 73,3% contro il 67,1% nel Centro-Nord).
– Fra coloro che hanno concluso il percorso di istruzione e formazione da non più di tre anni, nel 2011 il tasso di occupazione dei 20-34enni diplomati e laureati (indicatore recentemente incluso tra quelli del Consiglio europeo) è pari al 57,6% (77,2% nella media Ue27). La differenza con il tasso medio europeo è elevato soprattutto per i diplomati (50,6% contro il 71,4% medio europeo), ma rimane ampia anche per i laureati (66,1% e 82,6%, rispettivamente).
– Tra il 2006 e il 2011 la differenza tra il tasso di occupazione medio europeo e quello italiano per i giovani diplomati da non più di tre anni è raddoppiato (da 10,2 a 20,8 punti di differenza), mentre quello dei laureati da non più di tre anni è cresciuto di meno (da 15,2 a 16,5 punti di differenza). Rispetto ai più grandi paesi europei il divario per i diplomati si accentua nel confronto con la Germania, dove sono occupati otto neo diplomati ogni dieci, e con la Francia, dove lo sono poco meno di sette su dieci.
– La laurea protegge di più dagli eventi negativi del mercato del lavoro. Il divario tra tassi di occupazione dei 20-34enni laureati e diplomati da non più di tre anni in Italia è in forte e continua crescita (da 5,4 punti percentuali del 2006 a 15 punti del 2011), sia per le donne che, in misura più accentuata, per gli uomini.
– Lo svantaggio in termini occupazionali dei diplomati è confermato anche dalla dinamica dei tassi di disoccupazione: il divario tra i laureati e i diplomati, entrambi entro tre anni dal conseguimento del titolo, si è allargato nel corso dei cinque anni passando da 4 punti del 2006 a oltre 12 punti del 2011. I tassi sono passati dal 20,9% al 30,5% per i diplomati e dal 17,1% al 17,7% per i laureati.
– Tra i diplomati 20-34enni da non più di tre anni sta crescendo anche la percentuale di giovani occupati sovraistruiti (con un livello di istruzione più elevato rispetto a quello mediamente richiesto nel lavoro) più di quanto avvenga per i laureati: nel 2012 ha raggiunto il 58,4%, 8 punti in più rispetto al 2008.
– Alcuni effetti della crisi sulle opportunità di sbocco dei laureati sembra che abbiano enfatizzato il ruolo dell’estrazione sociale, che incrementa, a favore delle classi più alte, la probabilità di trovare lavoro o di ottenere una retribuzione più elevata. Ciò influisce negativamente sulla mobilità sociale aggiungendosi al fenomeno già rilevante che vede svantaggiate al momento dell’iscrizione all’Università le classi sociali meno abbienti e di cui si è data ampia documentazione nel Rapporto dello scorso anno. 

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