ARCI – Il giusto costo della politica

La proposta di abolire il finanziamento pubblico dei partiti sta suscitando vivaci discussioni e merita un ripensamento sui rischi e le ambiguità che contiene. Non c’è dubbio che la caduta di fiducia nei partiti, insieme ai recenti scandali sull’uso illecito dei contributi, facciano sì che tale provvedimento incontri il favore di gran parte dell’opinione pubblica. É ormai evidente, da parte di una società sofferente sotto il peso della crisi, l’ostilità verso i politici percepiti come responsabili di questa situazione. Ma non possiamo non vedere come questa rabbia sia abilmente orientata dai media, non a caso tutti di proprietà delle maggiori lobby economiche, uniti nell’additare come causa di ogni male i partiti e non già le profonde ingiustizie sociali. Perché fanno scandalo gli stipendi dei politici e non le rendite degli speculatori e dei super manager pubblici? Attenzione, la scomunica dei partiti non viene solo dal basso, ma anche dai poteri forti che sono i primi responsabili del disastro italiano.

Ci sono verità innegabili: la politica è utile, serve a mediare gli interessi particolari in nome del bene comune; la politica costa, perciò per garantirne l’autonomia viene finanziata con risorse pubbliche in tutte le democrazie europee. Ma anche questo non basta a scongiurare i condizionamenti dei gruppi di interesse se mancano norme sul conflitto di interessi, sulla trasparenza e tracciabilità dei finanziamenti, sulla rendicontazione dell’uso dei fondi pubblici.

Tanto più nell’epoca della proliferazione di partiti azienda guidati da leader padroni, eliminare il finanziamento pubblico accresce il rischio che siano i soldi più che le idee a orientare il confronto politico. Sostituire i contributi pubblici con quelli privati non porterà i partiti a riavvicinarsi alla società, ma ad inseguire il denaro, e chi ne dispone avrà ancor più modo di condizionarne le scelte. La stessa misura sul due per mille è solo apparentemente equa, perché c’è differenza fra il due per mille di un pensionato e quello di un miliardario.

Affinché la politica torni ad essere un servizio al bene comune c’è bisogno di ricostruirne la capacità di rappresentanza sociale. Blandire l’antipolitica con misure punitive dei partiti finisce per aggravarne la crisi. Servono invece regole stringenti su trasparenza delle spese e democraticità dei processi decisionali, perché sia garantito a tutti, ricchi o poveri che siano, di partecipare e decidere, come dice la Costituzione.

Paolo Beni

ArciReport, 4 giugno 2013

04/06/2013