Lo Porto, morto quattro volte – Beppe Severgnini

di BEPPE SEVERGNINI

Giovanni Lo Porto è morto quattro volte. Quando è stato rapito, quando è stato dimenticato, quando è stato colpito, quando la notizia della sua uccisione è stata nascosta. Per quattro mesi, non per quarantotto ore in attesa di verifiche.

La pubblica ammissione del presidente Obama – straordinaria per il contenuto, irrituale per il tono – tempera, in parte, l’amarezza? Forse. Ma non cancella l’orrore né lo stupore. Guido Olimpio e Paolo Valentino, sul Corriere , spiegano cosa è probabilmente accaduto. L’operazione è stata condotta dai droni e si è basata sulle informazioni raccolte nell’area tribale pachistana. Secondo la ricostruzione ufficiale, l’intelligence Usa non ha mai saputo della presenza degli ostaggi nell’edificio usato dai qaedisti. Mancanza di informazioni: è accaduto altre volte in Afghanistan, in Yemen e in Pakistan. E così due innocenti sono stati spazzati via, insieme ai loro aguzzini.

Lo sappiamo, ma è bene ricordarlo. In molte parti del mondo l’altruismo è diventato un rischio letale. Fare il proprio mestiere, una provocazione inaccettabile, per gli umanoidi del terrore. E quando la morte arriva, non siamo più capaci di ammetterla, di raccontarla, di onorarla. Ci sono voluti centoventi giorni per sapere che il 38enne italiano era stato ucciso dai droni, insieme a un ostaggio americano, Warren Weinstein.

Ma questa è, davvero, solo una delle morti di un giovane siciliano generoso. Il suo rapimento è avvenuto tre anni fa. Se ne è parlato, certo, c’è stata una campagna per liberarlo. L’unità di crisi della Farnesina ha fatto il possibile ed è stata vicina alla famiglia. I giornali, compreso il Corriere , si sono occupati del caso. Ma
diciamo la verità: quanti conoscevano il nome e la storia di Giovanni Lo Porto?
Quanti hanno speso un pensiero, due parole in pubblico, una ricerca su Google? Volontari, cooperanti, anche giornalisti: fino all’avvento di Al Qaeda e Isis, tutti costoro hanno goduto di una condizione ufficiosa di neutralità, anche nei conflitti più cruenti. Oggi, dall’Afghanistan all’Atlantico, sono diventati bersagli. Perché l’orrore dei nuovi mostri islamisti è anche vigliacco: se la prende con chi non può – anzi, non vuole – difendersi. E diventa così un obiettivo: remunerativo, vulnerabile, facile. L’elenco è lungo e tocca molti Paesi. Alcuni tra i nostri connazionali sono tornati, come Domenico Quirico, Greta e Vanessa, Rossella Urru. Altri, come Giovanni Lo Porto, non torneranno.

Smettiamola di dire – o di pensare, e non è meno grave – che queste persone «se la sono andata a cercare». Non è vero. Cercavano di vivere dignitosamente, non di morire malamente. Conoscevano i rischi, certo. Giovanni Lo Porto non aveva bisogno delle attenuanti dell’incoscienza o dell’entusiasmo, come le due ragazze lombarde liberate in gennaio. Era un professionista del settore: aveva alle spalle missioni in Centroafrica, Haiti, Pakistan. Un professionista che ha pagato per il suo servizio agli altri. Ed è stato ucciso.

Ucciso – ripetiamolo – più volte: dalla ferocia disumana dei rapitori, dalla nostra distrazione, da una bomba dal cielo, dal segreto militare.
Un’assurdità progressiva, un orrore a puntate. Il riassunto di anni forsennati che ancora non capiamo del tutto. Forse è meglio così: ci farebbero troppa paura.