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Uici – Tutti a scuola!

classroom-Tratto da Corriere dei Ciechi, numero 9 del 2015

Autore: Michele Novaga

Settembre, è il mese in cui quasi otto milioni di studenti ritornano sui banchi di scuola. Tra loro anche i disabili visivi a volte costretti ad affrontare problematiche supplementari oltre alle note carenze del sistema scolastico italiano. Abbiamo chiesto a Luciano Paschetta, referente nazionale per l’Istruzione della FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali di Persone con Disabilità) e direttore centrale dell’IRIFOR (Istituto di Ricerca, Formazione e Riabilitazione, Ente dell’UICI) di aiutarci a fare il punto della situazione su istruzione e disabilità visiva nel nostro paese.

Quali sono le problematiche principali che affrontano a scuola i disabili visivi?
“Le problematiche sono sempre le solite. Quella principale che rende difficoltoso il percorso scolastico di un disabile visivo è la quasi totale ignoranza nelle tematiche didattiche e tiflopedagogiche da parte dei docenti. Ciò significa che il sostegno invece di diventare una possibilità di inclusione diventa un ostacolo perché il bimbo disabile visivo ha al suo fianco una persona che non conosce le sue potenzialità. E quindi non è in condizione di aiutare nemmeno l’insegnante titolare. Il vero problema è che spesso il bambino non vedente, anche se non affetto da altre minorazioni aggiuntive, non viene considerato in grado di svolgere il lavoro dei compagni. Il pregiudizio è ancora ampio. Capita anche nei miei confronti, che ho 70 anni e ho svolto un certo percorso nella mia vita…”

Gli insegnanti di sostegno ci sono? Sono in numero sufficiente?
“Gli insegnanti ci sono ma spesso sarebbe meglio non ci fossero, soprattutto laddove siamo in presenza di un bambino con solo una minorazione visiva. Su questo argomento sono particolarmente critico: se l’insegnante di sostegno non è in grado di fornire quei supporti materiali per insegnare all’alunno come usare la sintesi braille, il pc o le tavole geometriche (strumenti che lo aiutano a seguire l’insegnante), diventa una balia e basta.
Le do un dato sconfortante: nel 1991/1992 ogni 100 bambini ciechi venivano messe a disposizione 17 ore di sostegno in media (ore di classe, a domicilio). Oggi siamo arrivati a superare le 27 ore alla settimana. Ogni 100 bambini disabili visivi ce ne sono 43 con minorazione aggiuntiva, mentre nel 91/92 erano 38.
Possiamo quindi dire che l’impegno del pubblico c’è stato verso questo genere di problematiche. Un impegno e una spesa non indifferente senza dubbio. Ma non c’è stato miglioramento della qualità dell’insegnamento. Anzi negli ultimi dieci anni secondo me è peggiorata anche a causa del sistema di formazione degli insegnanti che non è stato efficace”.

Cosa si potrebbe fare quindi?
“Auspico una rivisitazione del ruolo degli insegnanti di sostegno. Un ruolo oggi grigio, un non-ruolo. L’insegnante di sostegno è un esperto di disabilità che si affianca all’insegnante titolare che rimane responsabile della formazione dell’alunno per dargli gli strumenti e il supporto. Noi abbiamo chiesto, ed è stato inserito nel decreto sulla buona scuola, che tutti i docenti siano formati obbligatoriamente sulle tematiche principali della disabilità. L’inclusione non la fa l’insegnante di sostegno, ma la fanno il contesto e la scuola in sé. Altrimenti l’insegnante di sostegno è isolata”.

E dal punto di vista della strumentazione?
“Questo è un problema. La strumentazione di solito i bambini se la procurano, anche se negli ultimi anni qualcosa si è mosso.
Resta il problema del braille: se l’insegnante di sostegno non sa il braille non può insegnare ad un bambino disabile visivo. Se l’insegnante non sa usare il display braille o la sintesi vocale non può insegnare al ragazzo che poi è costretto ad arrangiarsi e a ricorrere alla famiglia o a corsi esterni come quelli dell’Unione. In questo momento ci sono pochissimi bambini che lavorano col braille (lo scorso anno, all’esame di maturità nei licei scientifici di tutta Italia sono state richieste solo 6 copie in braille dell’esame e una sola ai licei umanistici). Il braille non lo usa più nessuno e non è vero che il pc lo ha soppiantato. Anzi lo agevolerebbe. Basta avere un pc con display braille. Bisogna conoscerlo però e saperlo insegnare.
Una delle cose che la scuola assolutamente non sa fare e che dovrebbe delegare all’insegnante di sostegno, è l’insegnamento dell’autonomia. Un bimbo cieco non può essere accompagnato in bagno fino alla quinta superiore: deve saper andarci sin da bambino. Ci vuole qualcuno che lo aiuti e gli insegni i punti di riferimento”.

In molte scuole sono state introdotte le lavagne multimediali.
“Una cosa utilissima per il bimbo non vedente o ipovedente. Però l’insegnante deve saperla usare e il bimbo deve potere vedere cosa passa sullo schermo tramite il suo pc. L’insegnante che scrive sulla lavagna deve usare programmi accessibili e non documenti difficilmente decodificabili magari con immagini.
È un problema di accessibilità che non sempre viene calcolato. L’anno scorso è uscito il nuovo regolamento della legge Stanca: il Miur è riuscito a pubblicare il documento sull’accessibilità in formato inaccessibile”.

E sull’integrazione cosa possiamo dire? C’è una maggiore capacità di includere i non vedenti?
“Direi di sì anche perché è diminuito il numero dei ciechi assoluti rispetto a 20 anni fa, per cui la presenza di un residuo visivo consente all’alunno di muoversi in modo più autonomo. Salvo poi che durante l’intervallo tutti giocano a pallone e lui sta con l’insegnante di sostegno che lo prende e se lo tiene lì invece di farlo giocare. Il nostro modello di inclusione costa 40.000 dollari ad allievo. Esattamente il doppio di quello statunitense ed è poco sostenibile.
Abbiamo insegnato al mondo che l’inclusione scolastica è una priorità. Potrebbe e dovrebbe costare di meno”.

Ci sono delle aree geografiche in cui ci sono scuole migliori o più efficienti?
“No, esiste una realtà a macchia di leopardo. Ci sono situazioni positive in certe realtà del Nord ma anche realtà terribili. E viceversa anche al Sud. Ci sono alcuni casi di scuole efficienti a Genova, come a Milano o Reggio Emilia.
Mediamente al Nord forse funziona un po’ meglio”.

La scuola media statale dell’Istituto dei Ciechi di Milano (di cui parliamo nel box) è fra quelle efficienti? Può essere considerato un modello?
“Gli insegnanti che lavorano all’Istituto dei Ciechi hanno imparato qualcosa che gli altri insegnanti non sanno: quello che i ciechi possono fare e, soprattutto, come possono farlo. Anche se i ciechi in quella scuola sono una piccola minoranza nonostante si trovino in un contesto inclusivo”.

In conclusione: che cosa ci dobbiamo attendere per il futuro?
“Voglio darle un giudizio controcorrente. Il disegno di legge sulla buona scuola sarà profondamente contestato da quello che si sente. Io credo che nella buona scuola ci siano le premesse per l’inclusione dei disabili in genere e che si possa avere un miglioramento attraverso la formazione obbligatoria dei docenti, definendo il ruolo di sostegno in modo chiaro. Ma soprattutto nella scuola superiore, relativamente alla questione fondamentale dell’alternanza scuola-lavoro, premessa e strumento per l’inclusione sociale dei disabili. Ottimo strumento perché il mondo del lavoro impari a conoscere che il disabile può essere anche più produttivo del normodotato. Il lavoro è la luce che ritorna. Non è solo un posto di lavoro, altrimenti è una forma mascherata di assistenza”.

La scuola media dei ciechi di Milano
Ubicata in via Vivaio nella sede dell’Istituto dei Ciechi, dal 1975 attua l’integrazione tra ciechi e vedenti essendosi trasformata da scuola speciale solo per ciechi a scuola aperta a tutti in base al principio della co-educazione.
Ospita nove classi (tre prime, tre seconde, tre terze) di 23/24 studenti l’una di cui due o tre non vedenti ed è l’unica in Italia di questo genere. Ogni anno le richieste di iscrizione sono il triplo dei posti a disposizione: “Scelgono la nostra scuola perché si è costruita nel corso degli anni un nome. Per la sua validità di docenti ma anche perché nel 1979 è diventata di orientamento musicale. Cioè alle materie comuni della scuola media italiana e a quelle per i ciechi, ha aggiunto l’insegnamento dello strumento musicale (pianoforte, chitarra classica, clarinetto, violino, flauto). E poi la sede è in un bellissimo palazzo del centro di Milano” – racconta a “Il Corriere dei Ciechi” Giancarlo Abba, direttore scientifico dell’Istituto dei Ciechi di Milano ed ex insegnante della scuola. Che aggiunge: “I ciechi che vanno a scuola devono andarci come studenti, non vanno solo intrattenuti nelle ore scolastiche e devono fare tutte le materie. Nella scuola media di via Vivaio si fa così perché se non gli si fornissero gli strumenti tecnologico-informatici che sono fondamentali per il loro apprendimento, li si prenderebbe in giro”.

 

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