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#RiGenerazioneNonProfit: il Terzo settore visto dai giovani. Puntata2

“Perché lavorare nel Terzo settore?” è una domanda che in molti si pongono. Chi non l’ha mai fatto probabilmente non riuscirà a dare una risposta convinta, ma chi conosce questo mondo, da volontario o da vero e proprio lavoratore, non ha dubbi.

Per Maria Grazia, dipendente dell’associazione Anteas, la motivazione che spinge ad aiutare il prossimo è, in parte, “una forma di egoismo”: “viviamo in un mondo dove si corre sempre e dove ci si parla più per messaggini o chat piuttosto che guardandosi negli occhi, perdendo così il contatto con le emozioni. Emozioni che, però, come esseri umani, abbiamo bisogno di provare per sentirci vivi!” Costruire rapporti veri, di fiducia e, con il tempo, anche di affetto, scrive Maria Grazia, permette tanto a chi lavora per gli altri, quanto a chi usufruisce dell’aiuto, di “ritagliarsi un pezzettino di sole”.

Anche Sara, che lavora per il Consorzio di cooperative sociali Mestieri Lombardia, dopo quasi dieci anni di lavoro nel Terzo settore, oggi ha le idee chiare: lei ha scelto di lavorare nel non profit perché “sposa appieno” la sua logica, “ovvero il totale reinvestimento degli utili nell’impresa, per il bene di questa, dei suoi soci e della comunità”. Sara parla anche del tipo di governance che caratterizza le cooperative sociali: una governance “partecipata e condivisa con e dai soci, in cui ciascuno può liberamente esprimere la propria idea e non esistono voti che valgono più di altri”.

Stefano è il direttore di Medì, una società di mutuo soccorso che svolge attività di assistenza sanitaria rivolta ai propri soci e ai loro famigliari. Il suo lavoro, spiega, è molto tecnico (lui gestisce, tra le altre cose, il rapporto con i soci, elabora piani sanitari, lavora sulla contabilità), in fondo simile a quello di qualsiasi altra azienda. Ma anche questo, dice Stefano, ha il suo lato “bello”: sapere che il fine del lavoro è quello dell’assistenza ai soci. “Ho una visione a 360 gradi di come si sta muovendo la nostra società. Questo è molto importante perché posso impostare, verificare e correggere l’attività quotidiana se mi rendo conto di problematiche in atto. Così facendo sono molto stimolato e ricavo belle soddisfazioni nel vedere che il lavoro fatto in questi ultimi 4 anni ha permesso e permette di dare ai nostri soci vantaggi concreti, servizi efficaci ed efficienti, sostegno economico nei campi dell’assistenza sanitaria e sociale, soprattutto in questo periodo storico”.

Lavorare nel Terzo settore per me significa vivere attivamente il mio ruolo di cittadina, essere parte della società e lavorare quotidianamente per cercare di migliorarla”, scrive Sara, 26 anni, che sta per finire il suo primo anno di servizio civile presso la ong COMI – Cooperazione per il mondo in via di sviluppo.

 “Significa non rimanere spettatrice dei fenomeni di cui si sente tanto parlare in televisione, ma impegnarsi per tentare di fornire delle risposte”. Queste risposte, aggiunge, sono ancora troppo poche rispetto alle richieste “dal basso”, spesso non ascoltate o lasciate irrisolte. E’ proprio per questo motivo, conclude Sara, che fare “esclusivamente appello al puro spirito solidaristico non sarà abbastanza, ma occorrerà creare nuove occasioni di incontro e di stimolo, magari professionalizzando la figura del volontario, programmando attività coinvolgenti e innovative e lavorando in rete con le altre realtà territoriali”.

Sara, Stefano, Maria Grazia e molti altri saranno protagonisti di #RiGenerazioneNonProfit, il 6 e 7 ottobre a Bologna, dove si confronteranno sull’idea di futuro e sul ruolo del Terzo settore.

Leggi #RiGenerazioneNonProfit: il Terzo settore visto dai giovani. Puntata 1 e Puntata 3

 

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