FISH: «La tragedia di Pietralata impone un cambio di passo. Nessuna persona con disabilità e nessuna famiglia devono essere lasciate sole»
01 Settembre 2026
Roma, 01 settembre 2026 – La FISH – Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie esprime profondo dolore e vicinanza di fronte alla tragedia avvenuta nel quartiere di Pietralata, a Roma, dove un padre, una madre e la loro bambina con disabilità sono stati trovati senza vita.
Sarà compito degli inquirenti ricostruire con esattezza quanto accaduto e accertare ogni circostanza. Di fronte a una vicenda tanto drammatica è necessario mantenere rispetto, prudenza e responsabilità, evitando qualsiasi semplificazione. Vi è tuttavia un elemento sul quale le istituzioni e l’intero sistema di welfare devono interrogarsi con urgenza: la famiglia risultava conosciuta e seguita dai servizi territoriali. Eppure, evidentemente, i sostegni non sono stati sufficienti a intercettare e soddisfare la complessità dei bisogni di quel nucleo familiare.
“La vera presa in carico, dichiara Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH, significa conoscere profondamente i bisogni della persona e della sua famiglia, accompagnarli nel tempo, costruire risposte personalizzate, verificare costantemente se quelle risposte siano ancora adeguate e intervenire immediatamente quando emergono condizioni di isolamento, esasperazione o difficoltà. Non intendiamo attribuire responsabilità prima che siano chiariti tutti gli elementi, ma una domanda dobbiamo porcela: come è possibile che una famiglia formalmente inserita nella rete dei servizi possa arrivare a percepirsi comunque così sola e priva di prospettive? È su questo interrogativo che il sistema pubblico deve avere il coraggio di misurarsi”.
Secondo la FISH, questa tragedia richiama con forza la necessità di superare definitivamente una concezione del welfare costruita attorno alle singole prestazioni. Le persone hanno bisogno di un sistema capace di costruire intorno a loro risposte continuative, coordinate e realmente personalizzate.
“Il Progetto di Vita, previsto dal decreto legislativo 62 del 2024, rappresenta una delle riforme più importanti degli ultimi decenni”, sottolinea Falabella. “Ma una grande riforma rischia di rimanere soltanto una straordinaria dichiarazione di principi se non viene accompagnata da risorse economiche, professionali e organizzative adeguate. Non possiamo pensare di costruire progetti personalizzati senza un numero di operatori sufficiente, senza servizi domiciliari, senza interventi di sollievo, senza assistenza personale, senza sostegni educativi e sociosanitari e senza una reale integrazione tra Comuni, servizi sanitari e territorio”.
Accanto al Progetto di Vita rimane poi aperta un’altra questione fondamentale: il riconoscimento e il sostegno dei caregiver familiari.Troppo spesso ancora oggi madri, padri, coniugi, fratelli e sorelle sono costretti a trasformare completamente la propria esistenza per garantire assistenza continuativa alla persona con disabilità, rinunciando al lavoro, alla vita sociale, al riposo e, in molti casi, alla propria sicurezza economica.
“Non possiamo continuare a considerare l’amore familiare come una risorsa inesauribile e gratuita sulla quale scaricare ciò che il sistema pubblico non riesce a garantire”, afferma Falabella. “Il caregiver deve essere sostenuto, accompagnato e tutelato. Servono servizi di sollievo, sostegni economici adeguati, tutela previdenziale, conciliazione con il lavoro e soprattutto la certezza di non essere lasciati soli nella responsabilità quotidiana della cura”.
Alla Camera è attualmente in corso, presso la XII Commissione Affari sociali, l’esame delle proposte sul riconoscimento e il sostegno delle persone che assistono i propri familiari, compreso il disegno di legge governativo presentato nel febbraio 2026. Per FISH è necessario che questo percorso parlamentare venga portato rapidamente a compimento, assicurando alla nuova disciplina risorse proporzionate alla portata del problema.
La tragedia di Roma non può trasformarsi soltanto in qualche giorno di commozione collettiva. Deve diventare una responsabilità politica e istituzionale. Non possiamo intervenire soltanto quando il dolore diventa tragedia. Occorre essere presenti prima, leggere i segnali, costruire reti territoriali capaci di accompagnare realmente le persone e garantire alle famiglie la possibilità di chiedere aiuto prima che la solitudine diventi disperazione. Nessuna persona con disabilità deve essere considerata un peso. Nessuna famiglia deve essere costretta a pensare di dover affrontare tutto da sola. È da questa responsabilità che le istituzioni devono ripartire.
















