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Il risparmio nella società che cambia – Acri presenta la 26a edizione dell’indagine realizzata con Ipsos Doxa

Il risparmio nella società che cambia 

L’indagine integrale si può scaricare qui: https://www.acri.it/eventi/102a-giornata-mondiale-del-risparmio 

Roma, 30 ottobre 2026 – Sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, si è svolto oggi a Roma l’evento di celebrazione della 102ª Giornata Mondiale del Risparmio, da sempre organizzato da Acri, l’Associazione che rappresenta le Fondazioni di origine bancaria e le Casse di Risparmio Spa. Sul tema “Il risparmio nella società che cambia”, sono intervenuti il Presidente di Acri Giovanni Azzone, il Presidente di Abi Antonio Patuelli, il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti.

Come ogni anno, in occasione della Giornata, Acri presenta un’indagine, realizzata in collaborazione con Ipsos Doxa, che restituisce una fotografia di come gli italiani gestiscono e vivono il risparmio, alla luce del contesto socio-economico del Paese e della condizione socio-economica personale. “Il risparmio nella società che cambia” è il tema della 102a Giornata Mondiale del Risparmio. Il ruolo del risparmio è analizzato in considerazione delle transizioni strutturali che, in maniera sempre più evidente, hanno trasformato e continuano a trasformare la composizione e il tessuto sociale del nostro Paese con forti ripercussioni da un punto di vista economico.

Nel corso della Giornata è stato presentato anche il progetto triennale “Generazione Risparmio”, promosso da Osservatorio for independent thinking in collaborazione con Acri, che a partire dall’anno scolastico 2026/2027 coinvolgerà complessivamente 100mila studenti delle scuole secondarie di secondo grado di tutta Italia. L’iniziativa riporta la Giornata Mondiale del Risparmio nelle scuole, coinvolgendo le giovani generazioni in una riflessione sul valore del risparmio come strumento di autonomia e consapevolezza nelle scelte individuali, ma anche come risorsa per la collettività.

IN SINTESI

Nel complesso, l’indagine descrive un Paese che, pur continuando a vivere una condizione di incertezza, ha recuperato fiducia nel futuro, sebbene in modo parziale e non consolidato. Si attenuano le difficoltà percepite a livello personale, mentre persistono l’incertezza e lo scontento alimentati dalla debolezza dello scenario economico, da aspettative collettive negative e dalle profonde trasformazioni demografiche e familiari. Si amplia così la distanza tra la relativa stabilità della propria condizione e la valutazione, decisamente più critica, del contesto esterno.

Rispetto allo scorso anno cambia l’atteggiamento degli italiani verso il risparmio e si consolida sempre più la percezione di quest’ultimo come strumento di protezione, piuttosto che come strumento di progettazione per il futuro. Nel 2026 la tutela individuale si conferma la funzione più associata al risparmio. D’altra parte, resta alta, seppure in calo rispetto allo scorso anno, la funzione del risparmio come motore di sviluppo per il Paese(54%) e come forma di tutela per l’economia nazionale (53%). A queste si aggiunge la funzione del risparmio come opportunità di inclusione sociale (44%).

Quando si passa dalle valutazioni generali alle possibili applicazioni concrete, la dimensione collettiva del risparmio emerge con maggiore chiarezza. Alla domanda su come utilizzarlo per ridurre le disuguaglianze, il 37% degli italiani indica al primo posto la formazione: in particolare, l’accesso a migliori opportunità educative, la riqualificazione della forza lavoro e le attività extrascolastiche. La formazione viene quindi riconosciuta come un investimento capace di ampliare le opportunità e sostenere l’autonomia delle persone. Anche sul versante delle condizioni che possono rendere il risparmio più inclusivo e accessibile, la risposta più citata riguarda la formazione.

Questa funzione protettiva del risparmio assume particolare rilevanza anche alla luce delle trasformazioni demografiche e sociali in corso. L’invecchiamento della popolazione e il calo delle nascite modificano gli equilibri tra generazioni e portano in primo piano i bisogni legati al welfare pubblico. Il ruolo del risparmio come forma di integrazione del welfare pubblicoè colto dal 75% degli italiani soprattutto in termini di sanità e cure mediche (45%) e secondariamente in termini di assistenza a lungo termine per anziani e non autosufficienti (25%), e in termini previdenziali (25%).

Il 2026 si inserisce in un quadro economico ancora debole, in continuità con la connotazione di incertezza che aveva caratterizzato lo scorso anno. Inoltre, si osserva una crescente divergenza tra la valutazione della propria situazione economica personale e quella locale, nazionale e internazionale. In questo quadro, è significativo segnalare che sono proprio i più giovani, la GenZ, a mostrare il maggiore ottimismo riguardo alle prospettive economiche personali: il saldo tra miglioramento e peggioramento raggiunge +55 punti percentuali, a fronte di un saldo negativo, pari a -12 punti, tra gli over 65. È tuttavia preoccupante osservare come i giovani non siano altrettanto ottimisti rispetto alle prospettive economiche a livello locale o nazionale.

Nel contesto attuale si osserva un recupero di fiducia nell’Unione Europea, segnando un’inversione delle tendenze rispetto allo scorso anno. Il 2026 segna un incremento della fiducia che passa dal 38% al 42%. A prescindere dal livello di fiducia riposto nell’Unione Europea e dal ruolo riconosciuto, si conferma l’ipotesi che un’uscita sarebbe un grave errore per il 57% degli italiani. Continua ad arretrare la soddisfazione per l’euro, che si attesta al 31%. Ancora una volta, è la GenZ a sostenere la fiducia nella moneta unica: il 47% si dichiara soddisfatto.

Resta stabile, rispetto allo scorso anno, la quota di italiani in grado di risparmiare senza dover fare troppe rinunce (45%), mentre si ridimensiona il numero di quanti vedono nel risparmio una fonte di tranquillità. A crescere maggiormente è la quota di quanti privilegiano il presente e scelgono di godersi la vita senza preoccuparsi troppo del futuro. A fronte della stabilità della quota di chi consuma interamente il proprio reddito, pari al 37%, torna a crescere leggermente la percentuale di chi riesce ad accantonarne una parte, dal 41% del 2025 al 44% del 2026.

Gli italiani continuano a propendere per una gestione finanziaria improntata alla prudenza. Il 63% mantiene i risparmi liquidi, mentre il 26% ne investe una piccola parte e l’8% dichiara di averne investito la maggior parte. Anche quando si sceglie di investire, prevalgono finalità protettive e progettuali rispetto alla sola ricerca di rendimento. L’investimento viene quindi interpretato soprattutto come uno strumento al servizio della sicurezza e dei progetti di vita.

Il ripiegamento sulla sfera personale non determina, tuttavia, un arretramento generalizzato della solidarietà. Il 63% degli italiani effettua donazioni, sebbene non sempre con regolarità, mentre circa un italiano su due destina il 5 per mille agli enti del Terzo settore. Il 53% svolge attività di volontariato e il 51% ha partecipato ad attività, incontri o eventi promossi dal Terzo settore.

ANALISI DI DETTAGLIO

Approccio metodologico

L’indagine è stata realizzata dal 17 settembre al 1° ottobre 2026, tramite interviste telefoniche (fisso e mobile) con tecnologia Cati – Computer Aided Telephone Interviews – ed è stata arricchita con alcuni dei risultati delle indagini congiunturali prodotte da Istat. Sono state svolte circa 1.000 interviste presso un campione rappresentativo della popolazione italiana adulta, stratificato in base ai seguenti criteri: area geografica e ampiezza del centro, sesso ed età. In corso di elaborazione, i risultati sono stati ponderati al fine di riprodurre più fedelmente la distribuzione della popolazione italiana (fonte Istat).

Il risparmio come strumento di tutela individuale

Rispetto allo scorso anno cambia l’atteggiamento degli italiani verso il risparmio e si consolida sempre più la percezione di quest’ultimo come strumento di protezione, piuttosto che come strumento di progettazione per il futuro.

Gli italiani pensano principalmente alla protezione da rischi contingenti, come le difficoltà legate all’inflazione o le situazioni di crisi, oppure determinate da una diffusa percezione di arretramento del welfare, sia riguardo alle pensioni, sia riguardo alla sanità e all’assistenza.

Nel 2026 la tutela individuale si conferma la funzione più associata al risparmio. Il 77% degli italiani è molto (36%) o abbastanza d’accordo (41%) con l’affermazione ‘’il risparmio è una forma di tutela per il singolo’’, intesa come possibilità di far fronte a imprevisti o periodi senza reddito oppure per sostenere spese sanitarie o di assistenza, evidenziando un risultato stabile nel tempo. D’altra parte, resta alta, seppure in calo rispetto allo scorso anno, la funzione del risparmio come motore di sviluppo per il Paese (54%) e come forma di tutela per l’economia nazionale (53%). A queste si aggiunge la funzione del risparmio come opportunità di inclusione sociale (44%).

Quando si passa dalle valutazioni generali alle possibili applicazioni concrete, la dimensione collettiva del risparmio emerge con maggiore chiarezza. Sul versante degli impieghi, alla domanda su come utilizzare il risparmio per ridurre le disuguaglianze, il 37% degli italiani indica al primo posto la formazione: in particolare, l’accesso a migliori opportunità educative, la riqualificazione della forza lavoro e le attività extrascolastiche. La formazione viene quindi riconosciuta come un investimento capace di ampliare le opportunità e sostenere l’autonomia delle persone.

Anche sul versante delle condizioni che possono rendere il risparmio più inclusivo e accessibile, la risposta più citata riguarda la formazione. Il 37% degli intervistati indica interventi come l’educazione finanziaria nelle scuole o la formazione finanziaria degli adulti, seguiti da incentivi fiscali (35%) e semplificazione dei prodotti finanziari (28%). Il dato segnala che, accanto alla disponibilità di risorse, gli italiani attribuiscono un ruolo importante anche alle conoscenze necessarie per gestirle e compiere scelte consapevoli. In questa prospettiva possono collocarsi anche campagne di sensibilizzazione sulla gestione del denaro rivolte alle diverse fasce della popolazione.

Nel complesso, tuttavia, rispetto alle generazioni precedenti, il risparmio sembra avere oggi una funzione principalmente difensiva, quasi obbligata, stante la forte pressione derivante dai rischi di aumento del costo della vita e dal minore potere di acquisto. Per il 39% degli italiani è una necessità per garantire sicurezza finanziaria, e in seconda battuta un’opportunità per raggiungere specifici obiettivi (27%) oppure una sorta di consuetudine acquisita nel tempo (21%).  In ogni caso, più di un italiano su due (58%) pensa di avere la medesima propensione al risparmio dei propri genitori, sebbene sia diffusa la convinzione di non poter risparmiare le medesime somme di denaro; si tratta di una convinzione che cresce al crescere dell’età (50% per la GenZ, 56% per i Millennials, 60% per la GenX (45-64 anni), 70% per i Boomers – over 65 anni).

Questa funzione protettiva del risparmio assume particolare rilevanza anche alla luce delle trasformazioni demografiche e sociali in corso. L’invecchiamento della popolazione e il calo delle nascite modificano gli equilibri tra generazioni e portano in primo piano i bisogni legati al welfare pubblico. Il ruolo del risparmio come forma di integrazione del welfare pubblico è colto dal 75% degli italiani soprattutto in termini di sanità e cure mediche (45%) e secondariamente in termini di assistenza a lungo termine per anziani e non autosufficienti (25%), e in termini previdenziali (25%). Tra chi lavora, il 66% esprime preoccupazione per la propria condizione economica dopo il pensionamento sia per la prospettiva di percepire una pensione insufficiente (43%), sia per la difficoltà di mettere oggi da parte risparmi pensando al futuro (33%).

In questo contesto, caratterizzato da un forte desiderio di risparmio e da diffuse preoccupazioni per il futuro e per la tenuta del welfare, la famiglia continua a rappresentare un importante ammortizzatore sociale: una risorsa economica concreta a cui fare riferimento in un’ottica di sostegno reciproco, un elemento di rassicurazione. Di conseguenza il ridimensionamento della dimensione dei nuclei familiari non fa che accelerare l’esigenza di tutela. Il 53% degli intervistati dichiara di ricevere o offrire aiuto all’interno della cerchia familiare e, tra questi, il 22% è coinvolto in uno scambio reciproco, mentre il 12% riceve sostegno economico da altri familiari e il restante 19% si divide tra chi fornisce sostegno economico in caso di bisogno e chi lo fa in modo regolare. Chi vive da solo o le coppie senza figli sono, infatti, molto preoccupati del futuro dopo la pensione (63% e 50%, rispettivamente, vs 43% totale) e di come poter avere assistenza (37% vs 22%).

Aldilà di una prevalente dimensione individuale o familiare relativa al risparmio, molti italiani vi associano anche una funzione strumentale per l’economia del Paese. Analogamente allo scorso anno l’accumulo di ricchezza, considerato l’elevato debito pubblico italiano, è visto come un possibile cuscinetto contro le crisi globali, funzionale a ridurre la dipendenza dai finanziamenti esteri (58% e 56% rispettivamente). Inoltre, aiuta il Paese ad affrontare le sfide legate all’invecchiamento della popolazione (50%), rimarcando quindi la connessione con la dimensione individuale assieme alla minore pressione sul welfare pubblico (41%). La strumentalità del risparmio rispetto alle crisi economiche globali (66%) e alle sfide imposte dall’invecchiamento della popolazione (58%) è enfatizzata, in particolare, dalla GenZ.

Il futuro dell’economia personale e globale

Il 2026 si inserisce in un quadro economico ancora debole, in continuità con la connotazione di incertezza che aveva caratterizzato lo scorso anno. Inoltre, si osserva una crescente divergenza tra la valutazione della propria situazione economica personale e quella locale, nazionale e internazionale.

La soddisfazione per la propria situazione economica mostra una sostanziale stabilità rispetto allo scorso anno: circa un italiano su due (54%) si dichiara soddisfatto e una quota simile (46%) non lo è. Di fatto si conferma una valutazione che, come lo scorso anno, evidenzia una marcata polarizzazione dei giudizi degli italiani, stemperando la distanza osservata nel 2024, quando la proporzione tra soddisfatti e insoddisfatti era di due terzi (64%) verso un terzo (36%).

Allo stesso tempo però, la quota dei maggiormente insoddisfatti passa dal 21% al 18%, mentre il trend di lungo periodo mostra un progressivo incremento di coloro che si dichiarano pienamente soddisfatti, passando dal 5% nel 2020 al 9% nel 2026. Pur restando estremamente minoritaria, questa nicchia di popolazione segnala il consolidarsi di una fascia che esprime una valutazione particolarmente positiva della propria condizione economica. Si tratta prevalentemente di uomini, persone con un titolo di studio alto, lavoratori che appartengono alla classe direttiva, ossia dirigenti, imprenditori e liberi professionisti, mentre tra i lavoratori dipendenti, commercianti e artigiani titolari di attività, il livello di piena soddisfazione è allineato o inferiore alla media. Tra chi non lavora sono soprattutto le casalinghe, i disoccupati e le persone in cerca di lavoro ad esprimere una soddisfazione più contenuta. In particolare, il 10% della GenZ (18-29 anni) è molto soddisfatto mentre solo l’8% dichiara di non esserlo affatto (18% sul totale campione). Inoltre, più di 8 su 10 si dividono tra abbastanza soddisfatti (47% vs 45% sul totale campione) e poco soddisfatti (35% vs 28% sul totale campione), evidenziando una valutazione che li porta ad un bilancio, tutto sommato, positivo. Invece, i meno soddisfatti prevalgono tra i Millennials (30-44 anni), mentre le valutazioni per la GenX (45-64 anni) mostrano una suddivisione equa tra soddisfatti ed insoddisfatti.

Si può dedurre che molti italiani abbiano imparato a gestire la propria situazione economica a fronte di un contesto non solo internazionale, ma anche locale, sempre più complesso ed imprevedibile. A riprova di questa evidenza ci sono i dati inerenti alla valutazione del proprio tenore di vita degli ultimi 2 o 3 anni: il 16% di italiani dichiara di aver migliorato il proprio tenore di vita e una quota analoga (17%) riporta un peggioramento. Inoltre, il 38% degli italiani ha dichiarato che tutto sommato è stato facile mantenere il proprio tenore di vita (26% nel 2025), mentre il 29% ha dichiarato che è stato difficile (38% nel 2025), avvicinando i risultati complessivi del 2026 a quanto osservato nel 2020 e 2021 (periodo legato alla pandemia e post pandemia). I dati mettono in luce, ancora una volta, una divisione netta degli italiani, in cui però si vanno a consolidare numericamente gli estremi, ossia il numero di chi ha migliorato e di chi ha peggiorato il proprio tenore di vita. Evidentemente, coloro che si collocano in posizioni intermedie sembrano valutare la propria condizione sulla base di parametri progressivamente rivisti al ribasso, in funzione del contesto.

Si evince una correlazione tra la soddisfazione per la propria situazione economica e l’andamento del proprio tenore di vita negli ultimi 2 o 3 anni; tuttavia, anche tra chi non si è dichiarato soddisfatto, circa un terzo è riuscito a preservare il proprio tenore di vita, ribadendo appunto la capacità di riadattare nel tempo il modello familiare di consumo e risparmio.

L’andamento del tenore di vita e la soddisfazione per la situazione economica attuale sono anche influenzati dalla situazione occupazionale: il 25% degli italiani ha registrato un impatto sul proprio nucleo familiare con diversi livelli di gravità, denunciando la perdita del posto di lavoro (11%), la mancata ricezione dello stipendio (1%), oppure condizioni peggiorative (6%) o il cambio di lavoro (7%). Tra chi ha menzionato un deterioramento del proprio tenore di vita, circa un terzo ha dovuto affrontare un peggioramento della situazione lavorativa. In generale, il 76% degli italiani si sente sicuro dell’attuale posto di lavoro, ma tra questi solo il 19% esprime piena sicurezza. D’altra parte, un italiano su dieci (10%) pensa di correre dei rischi. Leggendo i dati attraverso le generazioni, sono soprattutto i Millennials (30-44 anni) e la GenX (45-64 anni) a vedersi più esposti a situazioni di rischio occupazionale: per entrambe le generazioni, il 12% dichiara di sentirsi per niente al sicuro o assolutamente a rischio, mentre solo il 5% della GenZ (18-29 anni) condivide questa preoccupazione. Si osserva, anche in questo caso, una forte correlazione con la soddisfazione per la propria situazione economica. Tra chi si sente più al sicuro da un punto di vista lavorativo, la soddisfazione per la propria situazione economica sale al 74% (54% a totale), mentre tra chi percepisce un senso di precarietà, l’insoddisfazione per la propria situazione economica sale al 72% (46% a totale).

Guardando al prossimo futuro, ossia ai prossimi 3 anni, prevale l’ottimismo riguardo alla propria situazione economica personale, sebbene vi sia un ridimensionamento rispetto allo scorso anno: il saldo tra quanti prevedono un miglioramento e quanti si attendono un peggioramento si attesta a +19 punti percentuali, rispetto a +22 nel 2025, tornando così ai livelli del 2024. Allargando lo sguardo oltre le mura domestiche, le prefigurazioni per la situazione economica a livello territoriale, nazionale, europeo e mondiale sono particolarmente negative, toccando i valori più bassi di tutta la serie storica dell’ultimo ventennio.

In questo quadro, è significativo segnalare che sono proprio i più giovani, la GenZ, a mostrare il maggiore ottimismo riguardo alle prospettive economiche personali: il saldo tra miglioramento e peggioramento raggiunge +55 punti percentuali, a fronte di un saldo negativo, pari a -12 punti, tra gli over 65.

È tuttavia preoccupante osservare come i giovani non siano altrettanto ottimisti rispetto alle prospettive economiche a livello locale o nazionale, dal momento che esprimono più frequentemente aspettative di peggioramento rispetto alle altre generazioni. La GenX dichiara un forte pessimismo per le prospettive economiche personali, locali e nazionali, e anche per quelle a livello europeo e mondiale.

L’Europa e l’euro

Nel contesto attuale si osserva un recupero di fiducia nell’Unione Europea, segnando un’inversione delle tendenze rispetto allo scorso anno. Tra il 2021 e il 2025 si è osservata una crescita progressiva della sfiducia verso l’Unione Europea che ha raggiunto il 62% degli italiani nel 2025. Il 2026 segna una flessione di 4 punti percentuali e di conseguenza un incremento della fiducia che passa dal 38% al 42%. Si conferma la maggiore apertura da parte dei più giovani, la GenZ, il 47% dei quali si fida, mentre tra i Millennials il 64% dichiara di non avere fiducia verso questa organizzazione sovranazionale.

Per il 30% degli italiani implica la libera circolazione di merci, servizi e denaro, un dato in crescita seppur lieve rispetto allo scorso anno (+2 p.p.); segue l’associazione alla libera circolazione delle persone (25%). Inoltre, l’Unione Europea è vista come il terreno che abilita la cooperazione economica (23%), seppure in misura minore rispetto al 2024 (28%) e che rende possibile il confronto e la competizione con Paesi di più grandi dimensioni come Stati Uniti o Cina (20%).

D’altra parte, si ridimensiona, rispetto al recente passato, l’idea che l’Unione Europea sia in grado di favorire il confronto costante tra i Paesi membri (16% vs 20% nel 2025).

Parallelamente, si ridimensionano anche alcune associazioni meno positive, seppur non secondarie. Infatti, resta alta la percentuale di italiani che vede l’imposizione di un eccesso di burocrazia per gli stati membri, sebbene sia in calo rispetto ai due anni precedenti (29% nel 2026 vs 32% nel 2025, 33% nel 2024). Il calo è ancora più netto per chi crede che l’Unione Europea sia un vincolo per la libertà decisionale e l’autonomia dei Paesi membri (16% vs 22% nel 2025). Seppur permangano ancora dubbi sulla capacità dell’Europa di riuscire ad assolvere ad un ruolo rilevante nelle controversie internazionali, si tende a rivalutarne il ruolo alla luce di crisi globali di portata crescente.

Cambia il vissuto dell’Unione Europea tra generazioni. La GenZ pone maggiormente l’accento sulla competitività dell’unione nello scenario internazionale (25% vs 20% totale) e soprattutto sulla garanzia di trasparenza e democrazia delle istituzioni dei paesi membri (23% vs 15% totale). La GenX enfatizza, al contrario, l’eccessiva burocratizzazione (38% vs 29%) e il carattere prevalentemente politico dell’Unione Europea (31% vs 22%); per i Boomers, l’Unione Europea richiama soprattutto il libero scambio e la libera circolazione di merci, servizi e denaro (40% vs 30% totale).

A prescindere dal livello di fiducia riposto nell’Unione Europea e dal ruolo riconosciuto, si conferma l’ipotesi che un’uscita sarebbe un grave errore per il 57% degli italiani, mentre per il 24% sarebbe un vantaggio e per il 13% non cambierebbe nulla. Questi dati confermano quanto già osservato lo scorso anno: emergono segnali di delusione o di attendismo nei confronti del progetto europeo, ma non una volontà di rinunciarvi, soprattutto alla luce della complessità dello scenario globale.

Tuttavia, si radica sempre più l’idea che l’Europa nei prossimi 5 anni non andrà nella direzione giusta. Per la prima volta, nel 2026 osserviamo come chi pensa che andrà nella direzione sbagliata (51%) supera chi pensa che andrà nella direzione giusta (38%). La prefigurazione che si andrà nella direzione giusta è fortemente correlata con prospettive di miglioramento per la situazione economica italiana: tra chi pensa che migliorerà, il 57% ha fiducia sulle direttrici future dell’Unione Europea. Questa stessa evidenza non trova invece conferma tra chi pensa che la propria situazione economica migliorerà, attestando una certa distanza con le prospettive finanziarie individuali. I più giovani, appartenenti alla GenZ, restano sempre più positivi rispetto alle prospettive dell’Europa, sebbene anche per questa generazione si osservi un’inversione di tendenza: per il 43% va nella direzione giusta e per il 50% va nella direzione sbagliata.

Continua ad arretrare la soddisfazione per l’euro. Il dato non è ancora tornato ai minimi storici del 2013-2014, ma, attestandosi al 31%, non ne è particolarmente distante. Prosegue così la traiettoria di progressivo ridimensionamento della soddisfazione iniziata nel 2021.  Ancora una volta, è la GenZ a sostenere la fiducia nella moneta unica, del resto l’unica che i giovani conoscano, tant’è che, a fronte di un 15% che non sa esprimere una valutazione, il 47% si dichiara soddisfatto. Evidentemente, coloro che esprimono insoddisfazione per l’Unione Europea (38%) vanno aldilà della valutazione della moneta unica, e sono probabilmente guidati da un’insoddisfazione di più ampia portata.

Le prospettive future a lungo termine, 20 anni, non portano ad un’inversione di tendenza. Prevalgono numericamente gli italiani che guardano all’euro come a uno svantaggio (48%), facendo registrare il dato più elevato di tutta la serie storica. La GenZ resta la meno pessimista seppur polarizzata nelle valutazioni: il 46% prospetta un vantaggio e il 43% uno svantaggio. I Millennials sono la generazione più critica con il 55% che prefigura più svantaggi che vantaggi.

Risparmi e consumi negli ultimi 12 mesi

Resta stabile, rispetto allo scorso anno, la quota di italiani in grado di risparmiare senza dover fare troppe rinunce (45%), mentre si ridimensiona il numero di quanti vedono nel risparmio una fonte di tranquillità (35% vs 38% nel 2025). A crescere maggiormente è la quota di quanti privilegiano il presente e scelgono di godersi la vita senza preoccuparsi troppo del futuro (19% vs 14% nel 2025). Rispetto a soli 3 anni fa, parte degli italiani ha adottato un atteggiamento diverso, meno incline al risparmio (45% nel 2026 vs 53% nel 2023) e più propenso a vivere l’oggi (19% nel 2026 vs 7% nel 2023).  

Interessante osservare come siano proprio i Boomers ad aver adottato un approccio meno orientato al risparmio a tutti i costi: rispetto alle altre generazioni si dividono tra chi cerca di fare dei risparmi senza dover fare troppe rinunce (37%), chi preferisce godersi l’oggi senza preoccuparsi troppo del futuro (30%) e, infine, chi ha bisogno del risparmio come fonte di tranquillità (30%). D’altra parte, chi appartiene alla GenZ (18-29 anni) e ai Millennials (30-44 anni) esprime una maggiore propensione al risparmio ma senza fare dei sacrifici eccessivi (53% e 55% rispettivamente, rispetto al 45% del totale campione): il risparmio è un obiettivo ma vissuto con flessibilità, sebbene circa uno su dieci per entrambe le generazioni tenda a focalizzarsi sulla vita attuale senza preoccuparsi del futuro.

A fronte della stabilità della quota di chi consuma interamente il proprio reddito, pari al 37% (era il 32% nel 2023), torna a crescere leggermente la percentuale di chi riesce ad accantonarne una parte (dal 41% del 2025 al 44% del 2026), sebbene il dato resti inferiore ai livelli del 2023 (48%), anno del pieno recupero post-pandemico. Parallelamente, si riduce dal 20% al 18% la quota di chi presenta un saldo negativo tra entrate e uscite. Il miglioramento è dovuto alla diminuzione di quanti hanno dovuto attingere ai risparmi accumulati, passati dal 15% al 12%, mentre registra una lieve crescita la quota di chi è stato costretto a ricorrere a prestiti, salita dal 5% nel 2025 al 6% nel 2026. Questa quota registra il valore più elevato tra i Millennials (30-44 anni) (10%), mentre la GenX (45-64 anni) ha fatto ricorso ai risparmi accumulati in misura maggiore rispetto alle altre generazioni (16% vs 12% totale). D’altra parte, i Boomers (over65) dichiarano di trovarsi maggiormente in una situazione di equilibrio: attualmente il 45% ha consumato tutto il reddito, a fronte di un 43% che dichiara di essere riuscito a risparmiare.

Il miglioramento non è quindi generalizzato, riflette soprattutto una minore necessità di erodere gli stock di risparmio già accumulati, mentre non si osserva ancora un pieno recupero della capacità strutturale di accantonamento. Ci troviamo, infatti, in una situazione in cui il 24% degli italiani non riuscirebbe a far fronte con risorse proprie a una spesa imprevista di 1.000 euro, mentre il 64% non riuscirebbe a farvi fronte se questa spesa fosse di 10.000 euro. La GenX (45-64 anni) è quella che esprime maggiore difficoltà: il 68% di coloro che appartengono a questa generazione non è in grado di contare su mezzi propri per far fronte a questa evenienza.

Rispetto a 2 o 3 anni fa, un terzo degli italiani dichiara di aver registrato un incremento dei consumi e quindi della spesa per l’acquisto di beni di prima necessità, trainati sia da medicinali e prodotti farmaceutici, sia da prodotti alimentari e per la cura della casa. L’incremento dei consumi, quindi della spesa, per prodotti semi-durevoli conferma il saldo positivo dello scorso anno (+13 punti percentuali tra aumentato e diminuito), ma nasconde delle dinamiche diverse tra i beni considerati, dal momento che la spesa per i mezzi di trasporto propri fa registrare un saldo positivo di ben 30 punti percentuali (+18 nel 2025), mentre la spesa per la telefonia fa registrare un saldo positivo (+2) ma più contenuto rispetto allo scorso anno (+10). I consumi relativi al fuori casa e al divertimento ripropongono il saldo dello scorso anno, attestando un calo dei consumi e quindi della spesa (-18). 

La relazione tra risparmio e investimento

Gli italiani continuano a propendere per una gestione finanziaria improntata alla prudenza. Il 63% mantiene i risparmi liquidi (64% nel 2025), mentre il 26% ne investe una piccola parte (24% nel 2025) e l’8% dichiara di averne investito la maggior parte, analogamente allo scorso anno.

La propensione per la liquidità piuttosto che per l’investimento evidenzia una diversa attitudine tra generazioni. Il 70% dei Boomers propende per la liquidità, mentre tra la GenZ e i Millennials, sebbene la liquidità sia vista come la scelta più sicura (58% e 56% rispettivamente), si riscontra una maggiore propensione per gli investimenti, seppure in piccola parte (30% e 32% rispettivamente).

Anche le motivazioni sottostanti la scelta di investire cambiano tra le generazioni.  Tra quanti scelgono di investire piuttosto che tenere i propri soldi liquidi sul conto corrente, il sostegno futuro ai familiari (21%), la protezione dall’inflazione (20%) e la realizzazione di progetti personali (20%) sono le principali motivazioni addotte, seguite a distanza dalla ricerca di rendimento (15%), dal controllo sulla propria situazione finanziaria (8%), dall’opportunità di sfruttare i mercati finanziari (8%), dalla diversificazione del patrimonio per ridurre il rischio (7%).

Tra i più giovani, appartenenti alla GenZ, emergono motivazioni specifiche, prima tra tutte la protezione del valore del denaro a fronte della dinamica inflazionistica (34% vs 20% totale), la crucialità di progetti personali futuri (31% vs 20% totale). Per i Millennials, invece, la motivazione più forte è il sostegno a figli, genitori o altri familiari (30% vs 21% totale).

Rispetto allo scorso anno recupera la propensione per gli strumenti finanziari più sicuri, riallineandosi al dato del 2024 (35%), e per gli strumenti più a rischio (11% vs 7% nel 2025), mentre flette la preferenza per gli immobili (27%) rispetto allo scorso anno (31%). Anche tra chi ha risparmiato, le preferenze nel 2026 si riallineano al dato rilevato nel 2024. Quindi, lo scorso anno gli italiani con capacità di risparmio avevano visto negli immobili una soluzione più in linea con le loro preferenze e una possibile alternativa agli investimenti a prescindere dal grado di rischio, mentre quest’anno hanno espresso una propensione più alta per i mercati finanziari rispetto agli immobili.

Rendimento e rischiosità degli investimenti sono messi sullo stesso piano dagli italiani nel momento in cui dovessero decidere di investire, mentre continua ad arretrare la volontà di contribuire alla ripresa del Paese (7% nel 2026 vs 13% nel 2024) e l’attenzione ad attività con ricadute positive su ambiente e società (12% nel 2026 vs 20% a totale). 

Donazioni e solidarietà

Si stempera, rispetto al passato, la forza del legame tra risparmio individuale e crescita del Paese all’insegna dello sviluppo sociale e civile, mentre rimane centrale la dimensione individuale: per tre italiani su quattro la propria capacità di risparmio corrisponde alla tutela personale e del proprio nucleo familiare.

Tuttavia, continua l’impegno a fare donazioni per sostenere associazioni o fondazioni senza scopo di lucro (63% lo fa seppur in modo non regolare). Un italiano su due ha destinato il 5 per mille dell’IRPEF a enti del Terzo settore in continuità con il passato, a cui si aggiunge un 6% che lo ha fatto quest’anno per la prima volta. Il 28% dimostra apertura verso i lasciti testamentari, sebbene tra questi solo il 3% abbia già dato disposizioni.

Rimangono alti l’impegno e l’interesse degli italiani verso il Terzo settore, come attestato da una quota elevata che ha dichiarato di svolgere attività di volontariato (53% vs 56% nel 2025) o che ha partecipato ad attività, incontri, eventi organizzati dal Terzo settore (51% vs 53% nel 2025).

L’indagine integrale si può scaricare qui:

https://www.acri.it/eventi/102a-giornata-mondiale-del-risparmio  

 

Scarica il comunicato stampa dal sito di Acri

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