COP17 Biodiversità, Slow Food: “Viviamo una deriva dettata dall’ignoranza”
30 Ottobre 2026
Davanti ai livelli record di gas serra la politica è immobile: non solo piegata alle lobby industriali, ma incapace di capire
Servirebbe fare, e invece si continua soltanto ad annunciare. La COP17 della Convenzione sulla Diversità Biologica, la cosiddetta COP Biodiversità che si chiude oggi in Armenia, è stato l’ennesimo palcoscenico dell’incapacità della politica di affrontare un problema – la crisi climatica nelle sue più svariate forme, dall’aumento delle temperature di aria e acqua alla perdita di biodiversità, dall’impoverimento dei terreni agricoli al consumo di suolo, dalla scomparsa delle foreste e degli habitat naturali all’acidificazione dei mari e oceani – evidentemente più grande di chi è chiamato a risolverlo. Non si è stati capaci, per l’ennesima volta, di guardare alla biodiversità come allo strumento in grado di mitigare e contrastare la crisi climatica. Si annuncia la mobilitazione di nuove risorse per la biodiversità e si annunciano piani per cercare di mettere pezze agli obiettivi già annunciati anni fa e clamorosamente mancati: ma quanto discusso e stabilito resta, come sempre, non vincolante e su base volontaria, e perciò probabilmente destinato a fallire. Nessuno, infatti, si fa promotore convinto della necessità di sostenere la conservazione e l’uso della biodiversità come soluzione del problema.
Se la finanza climatica fatica a prendere slancio e si continua imperterriti a puntare sui titoli legati al settore del fossile, la politica preferisce conservare lo status quo, impaurita dalla prospettiva di perdere i privilegi accumulati. Ma in gioco non c’è il benessere di qualcuno: c’è il futuro di tutti, e l’immobilismo pone in pericolo tutti, senza distinzioni.
Da quarant’anni Slow Food si occupa di biodiversità agricola, ma in quest’ottica non vi è separazione con la biodiversità naturale: la produzione di cibo è responsabile, in modo diretto e indiretto, anche di ciò che accade in habitat ed ecosistemi lontani dai luoghi dove si coltiva e alleva. Ecco perché cambiare il modo in cui si produce cibo, ed educare a un consumo differente, è una priorità globale: «Tutto il mondo è agrobiodiversità – sostiene Francesco Sottile, vicepresidente di Slow Food Italia – e le politiche agro-ambientali devono essere in cima alle agende politiche, a cominciare dall’Europa. Non si può rimanere in silenzio davanti a ciò che sta accadendo: i dati appena pubblicati dalle Nazioni Unite rivelano che nel 2025 i gas serra hanno raggiunto livelli mai toccati prima. Accade nonostante la crisi climatica sia da anni un fatto acclarato e di cui tutti (e non soltanto la comunità scientifica) hanno consapevolezza».
L’inazione e la mancanza di soluzioni alla crisi climatica sono in così forte contraddizione con la crescente sensibilità ambientale a livello globale che viene da domandarsi da dove derivino: si tratta di miopia dovuta all’avidità e alla bramosia del profitto oppure si tratta di miopia da ignoranza, da incapacità di rendersi conto della gravità del problema? Forse la seconda, se pensiamo che le conseguenze toccheranno tutti, ricchi e poveri indistintamente.
Secondo Slow Food, il cibo è un potente strumento per cambiare il mondo e l’agroecologia una soluzione per arginare le conseguenze della deriva segnata dall’industrializzazione. «Produrre cibo conservando il suolo, mantenendo la fertilità, salvaguardando la biodiversità e proteggendo l’ambiente dovrebbe essere il primo degli obiettivi – conclude Sottile – perché da lì, a cascata, si generano effetti positivi sulle salute pubblica, sull’economia, sulla tenuta democratica delle nostre comunità che altrimenti rischia di saltare a causa delle diseguaglianze crescenti. L’agroecologia dovrebbe essere il cardine di qualsiasi politica ambientale e agricola, a cominciare dalla PAC. Oggi, ed è incredibile, invece si continua imperterriti a perseguire vie di sviluppo già ampiamente bocciate dalla storia recente».
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