Legambiente – Fast fashion, cresce la consapevolezza ma non cambia il consumo: nell’Ue 5 milioni di tonnellate di tessili tra i rifiuti
13 Maggio 2026
Fast fashion e impatto ambientale. Ogni anno nell’UE vengono scartati 5 milioni di tonnellate di tessuti e solo l’1% di questi viene riciclato in nuovi prodotti
Il “Value-Action Gap” nel consumo tessile: cresce la consapevolezza, ma le abitudini faticano a cambiare.
Poca attenzione negli acquisti, grande incertezza sulla gestione dei rifiuti tessili, i giovani non guardano le etichette: i risultati di uno studio Legambiente per il progetto VERDEinMED
Un’indagine che ha coinvolto centinaia di partecipanti in Italia, Spagna e Grecia ha messo in luce una significativa discrepanza tra i valori ambientali dei consumatori e il loro effettivo comportamento d’acquisto nel settore tessile. Lo studio, focalizzato sull’impatto del fast fashion, suggerisce che, nonostante la consapevolezza sia in aumento, la mancanza di trasparenza e le pressioni del sistema moda rimangono i principali ostacoli verso un consumo sostenibile.
I dati rivelano un evidente “Value-Action Gap”, ossia il divario tra valori e azioni: nel 42,4% delle interviste si dichiara di prestare poca o nessuna attenzione alla sostenibilità durante l’acquisto di prodotti tessili. Tuttavia, la maggior parte delle persone si dice assolutamente favorevole all’acquisto di fibre sostenibili e disposta a cambiare le proprie abitudini per proteggere l’ambiente. Inoltre, sebbene il 69% degli intervistati dichiari di leggere le etichette, questa percentuale diminuisce drasticamente con il calare dell’età, mentre il 34,6% ritiene che le informazioni riportate siano spesso incomplete o poco trasparenti. I consumatori chiedono quindi dati chiari sull’origine delle materie prime, sui processi produttivi e sulle condizioni di lavoro.
Ma allora, quale delle due situazioni è vera? Quella in cui emerge un atteggiamento di consumo non attento alla sostenibilità o quella che la richiede? Perché si tratta dello stesso campione ed è come se ci fosse un distaccamento della percezione fra ciò che si pensa e ciò che si fa effettivamente quando ci si trova in un negozio.
I dati Eurostat indicano che oltre il 30% delle importazioni di tessile e abbigliamento extra-UE provenga dalla Cina (seguita da Bangladesh, Turchia, India e Cambogia), ma circa un quarto degli intervistati (25,4%) non ha idea della provenienza dei propri vestiti. E la cosa più sorprendente è che nel campione un buon 50% è composto da persone sotto i 18 anni. Tra i punti chiave dell’indagine, infine, la gestione dei rifiuti. Regna l’incertezza sul fine vita dei prodotti: il 41,1% dei partecipanti non sa come vengano gestiti i rifiuti tessili nella propria regione o città.
Lo studio condotto da Legambiente nell’ambito del progetto VERDEinMED – nato per affrontare la montagna di rifiuti tessili e il loro impatto ambientale nel Mediterraneo, puntando sulla prevenzione e sulla riduzione – suggerisce che il problema non sia un reale disinteresse, quanto piuttosto la scarsa conoscenza del vero impatto della filiera e l’influenza del modello “fast fashion”, che incoraggia il consumo eccessivo e rende opachi i costi ambientali della produzione.
In Italia, il cuore operativo del progetto è stata l’Umbria, dove si sono svolti i Living Lab, laboratori partecipativi con l’obiettivo di avvicinare i consumatori alle aziende, che hanno visto la collaborazione strategica tra Legambiente Umbria e Confindustria Umbria per co-progettare soluzioni innovative per una filiera tessile sostenibile: consumatori, leader del settore e studenti hanno condiviso un nuovo modo di concepire l’industria tessile, favorendo una comprensione più profonda delle preferenze dei consumatori. Il primo passo di questo viaggio trasformativo è stato proprio il sondaggio progettato per analizzare le conoscenze, atteggiamenti e consapevolezze riguardo l’industria tessile.
L’impatto ambientale è innegabile, con una pressione significativa su risorse come acqua, suolo, energia e materie prime. Solo nell’Unione Europea, il settore tessile si posiziona al terzo posto per consumo di acqua e suolo, e al quinto per l’utilizzo di materie prime ed emissioni di gas serra (European Environment Agency). Nel 2020, il consumo medio di prodotti tessili per ogni cittadino europeo ha richiesto l’incredibile cifra di 9 m³ di acqua, 400 m² di terreno e 391 kg di materie prime (dati Parlamento Europeo, 2021). Ancora più allarmante è il dato sui rifiuti: ogni anno nell’UE vengono scartati 5 milioni di tonnellate di tessuti e abbigliamento – circa 12 kg a persona – e solo l’1% di questi viene riciclato in nuovi prodotti.
“L’impatto del tessile e della moda è una sfida globale – dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – che passa da una normativa efficace, basata su ecodesign e prevenzione, ma anche una sfida locale che vede aziende e consumatori attori importanti della filiera: le prime perché innovazione, sviluppo, efficientamento dei processi e decarbonizzazione sono ormai asset su cui non si può più derogare, i secondi perché con le loro scelte e la loro attenzione alla sostenibilità possono spostare l’ago della bilancia nella giusta direzione influenzando positivamente tutta la filiera”.
Per risolvere la carenza di informazioni, lo studio punta sul Passaporto Digitale del Prodotto (DPP), previsto dal Regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile. Questo strumento rappresenterà la vera identità digitale del capo, standardizzando i dati su tracciabilità, trasparenza impatto ambientale, conformità normativa e gestione del fine vita, contrastando il greenwashing e rendendo finalmente i consumatori più consapevoli. Inoltre, serve uno strumento normativo importante come la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) che obbliga chi produce, chi importa e vende prodotti tessili a farsi carico dell’intero ciclo di vita del prodotto, inclusi i costi di gestione del rifiuto.
“Siamo ancora indietro su questo punto, ma nel complesso la governance nel settore risulta ancora molto frammentata, mancando una regia univoca a livello nazionale” – sottolinea il direttore di Legambiente – Possiamo parlare di filiere strategiche, di normativa, di investimenti e impiantistica per l’economia circolare ma se non c’è il coinvolgimento dei cittadini e una visione di insieme, mancherà sempre un anello per chiudere il cerchio e per rendere l’intera filiera sostenibile”.
VERDEinMED, co-finanziato con quasi 3 milioni di euro dal programma Interreg Euro-MED, si chiude oggi dopo quasi tre anni con una Conferenza internazionale a Perugia per condividere risultati e prospettive del percorso e per dimostrare ancora una volta quanto la cooperazione e il coinvolgimento di tutti gli attori coinvolti sia la chiave per chiudere il cerchio della sostenibilità nell’industria tessile, rendendo il consumatore protagonista consapevole del cambiamento.
Colmare il divario tra intenzione e azione è la sfida del prossimo decennio. Sebbene scelte consapevoli come l’acquisto di tessuti organici o monocromatici, più facilmente riciclabili siano passi importanti, la vera svolta passerà attraverso una trasparenza radicale della filiera e un’educazione continua del consumatore.
L’ufficio stampa: Brigida Stanziola, b.stanziola@legambiente.it
Milena Dominici
Responsabile Comunicazione Progetti
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